A Milano, nel giorno che dovrebbe custodire la memoria più limpida della nostra storia repubblicana, è accaduto qualcosa che resta addosso come uno sfregio. La Brigata Ebraica e Sinistra per Israele sono state accerchiate, insultate, respinte, infine cacciate da quella stessa piazza chiamata a celebrare la fine del fascismo. Non si è trattato di una provocazione isolata né di un incidente. E’ un atto politico preciso, risultato di mesi e anni di odio autorizzato e certificato, compiuto da chi pretende di stabilire chi ha diritto di stare dentro la memoria e chi deve esserne espulso.
La verità è che gli ebrei, proprio nel giorno della Liberazione, sono stati trattati come corpi estranei. E mentre accadeva, mentre risuonavano parole che non avrebbero mai dovuto appartenere al nostro vocabolario civile — “saponette mancate” — la piazza si è trasformata in qualcos’altro. Tetro luogo dove l’odio ha trovato cittadinanza, dove la storia è stata rovesciata senza incontrare resistenza.
Qui si apre il capitolo più grave, perché chi ha occupato la piazza con quella violenza verbale e simbolica ha potuto farlo senza ostacoli. Le cosiddette autorità della sinistra erano lì, presenti, visibili. Eppure immobili. Nessuna presa di posizione, nessun intervento netto, nessuna linea tracciata. Il loro silenzio pesa più di molte parole, la loro presenza-assenza è una scelta.
Si può sbagliare, si può perdere il controllo di un corteo. Quello che non si può fare è lasciare campo libero a chi infanga la storia sotto i tuoi occhi e poi continuare a parlare di memoria come se nulla fosse. La sinistra italiana, in quella piazza, ha smesso di essere erede della propria tradizione. Ha voltato le spalle a ciò che avrebbe dovuto difendere con più forza: il senso stesso del 25 aprile.
C’è qualcosa di profondamente grottesco nel sentire, ancora oggi, certi slogan recitati come formule vuote. “Noi non dimenticheremo”, ripetono. E invece hanno tollerato che, a pochi metri, si gridasse un insulto che nasce nei campi di sterminio della Shoah. Hanno accettato che l’umiliazione diventasse linguaggio politico. Hanno lasciato che il confine venisse superato senza reagire.
Allora conviene dirlo con chiarezza e senza attenuanti: in quella piazza hanno sfilato i nuovi fascisti che ne sono diventati anche padroni. Non portavano camicie nere, non sfilavano con i gagliardetti del passato. Si presentavano travestiti da attivisti, da militanti, da custodi di una giustizia selettiva e hanno trovato una porta aperta.
La memoria non è un rituale ma una linea di demarcazione. A Milano, quella linea è stata cancellata. E chi avrebbe dovuto difenderla ha preferito arretrare, forse per calcolo, forse per paura, forse per una fiacchezza morale che ormai è diventata abitudine.
Resta una certezza, dura, quasi amara: non siete voi a poter dire “non dimenticheremo”. Voi anzi sarete ricordati per quello che avete lasciato accadere. Sarete ricordati per quel silenzio, per quella resa, per quella complicità che non ha avuto il coraggio di chiamarsi con il suo nome.
A non dimenticare saremo noi. E questa volta la memoria non servirà a consolare, servirà a distinguere. Perché il fascismo non è soltanto un fatto storico schifoso che ha infangato questo Paese. Il fascismo è un laido comportamento. E quando qualcuno decide chi può stare in piazza e chi deve esserne espulso, quando un insulto antisemita passa senza conseguenze, quando la viltà prende il posto della responsabilità, allora il passato smette di essere passato e torna a bussare con un suono fin troppo riconoscibile. È già successo. È stato sconfitto. E lo sarà ancora. Vi piaccia o no.
Milano, 25 aprile: la piazza della Liberazione consegnata ai nuovi fascisti