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Abu Mazen fa fuori i rivali al congresso di Fatah

Il presidente dell’Autorità Palestinese rilancia il controllo personale sul movimento mentre l’Egitto spingeva per una conferenza più aperta e rappresentativa

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Abu Mazen fa fuori i rivali al congresso di Fatah
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Mahmoud Abbas ha riunito il congresso di Fatah per la prima volta dopo dieci anni, ma quello che avrebbe dovuto rappresentare un segnale di rilancio politico e di unità nazionale palestinese si sta trasformando in una nuova dimostrazione delle profonde fratture interne che attraversano il movimento fondato da Yasser Arafat. La scelta di escludere centinaia di esponenti legati al rivale Mohammed Dahlan e perfino di chiudere temporaneamente l’ambasciata palestinese al Cairo per ospitare una delle sessioni del congresso ha provocato tensioni politiche, irritazione diplomatica e nuove accuse di autoritarismo contro il presidente dell’Autorità Palestinese.

La conferenza di Fatah, apertasi a Ramallah e articolata anche attraverso incontri satellite a Gaza, Beirut e al Cairo, avrebbe dovuto segnare un momento decisivo per il futuro del principale movimento politico palestinese. Abbas ha convocato il congresso per eleggere il Comitato Centrale e il Consiglio Rivoluzionario di Fatah, organi che controllano gli equilibri interni del partito e che avranno un peso enorme nella futura successione alla guida palestinese. Tuttavia l’assenza della corrente riformista guidata da Mohammed Dahlan ha immediatamente oscurato il tentativo di presentare l’evento come un passaggio democratico e inclusivo.
Secondo quanto riferito da The Times of Israel, l’Egitto aveva esercitato pressioni su Abbas affinché permettesse una partecipazione più ampia delle diverse correnti interne al movimento. Un alto funzionario egiziano avrebbe affrontato direttamente la questione durante un incontro a Ramallah nei giorni precedenti all’apertura del congresso, ma la risposta del presidente palestinese sarebbe rimasta volutamente vaga. Alla fine i rappresentanti della corrente di Dahlan non sono stati invitati.

Il conflitto tra Abbas e Mohammed Dahlan dura da oltre quindici anni e rappresenta una delle spaccature più profonde della politica palestinese contemporanea. Dahlan, ex uomo forte della sicurezza a Gaza ed ex dirigente di punta di Fatah, venne estromesso nel 2011 dopo uno scontro durissimo con Abbas e si trasferì negli Emirati Arabi Uniti, dove è diventato uno stretto collaboratore del presidente emiratino Mohammed bin Zayed. Da Abu Dhabi ha continuato a criticare la leadership palestinese, accusandola di immobilismo, corruzione e incapacità di organizzare elezioni realmente competitive.

Il peso regionale della vicenda è evidente anche nel rapporto sempre più difficile tra Ramallah e gli Emirati Arabi Uniti. Un tempo Abu Dhabi era uno dei maggiori finanziatori dell’Autorità Palestinese, mentre oggi preferisce sostenere direttamente progetti umanitari destinati ai palestinesi, soprattutto nella Striscia di Gaza, evitando di passare attraverso l’apparato controllato da Abbas. La distanza politica tra le due leadership si è progressivamente trasformata in una frattura strategica che coinvolge tutto il mondo arabo.

In questo contesto il gesto più clamoroso è arrivato dal Cairo. Per permettere lo svolgimento della conferenza di Fatah in territorio egiziano, l’ambasciata palestinese è stata chiusa temporaneamente al pubblico, lasciando senza servizi ordinari decine di migliaia di palestinesi residenti o presenti in Egitto. L’ambasciata ha comunicato soltanto un numero telefonico per le emergenze. Una decisione che ha suscitato polemiche perché una struttura diplomatica statale è stata di fatto trasformata, almeno per alcuni giorni, nella sede operativa di un congresso politico di partito.

Dal fronte vicino a Dahlan sono arrivate accuse molto dure. Dimitri Diliani, portavoce della corrente riformista democratica, ha dichiarato che il congresso di Ramallah “non può essere definito una vera conferenza di Fatah” e ha accusato Abbas di voler perpetuare un sistema personale e autoritario. Secondo gli uomini vicini a Dahlan, la leadership palestinese avrebbe violato perfino lo statuto interno del movimento escludendo una parte consistente della sua stessa base politica.

Abbas continua invece a sostenere di aver aperto la strada alla riconciliazione interna già nel 2023, quando annunciò una possibile amnistia per gli espulsi di Fatah. La dirigenza del movimento, però, pretende che ogni dirigente allontanato presenti una richiesta individuale riconoscendo di avere violato le regole interne del partito, condizione che gli uomini di Dahlan rifiutano categoricamente perché considerano illegittima la loro espulsione.

Dietro questa battaglia interna si intravede il vero nodo politico palestinese, cioè la successione a Mahmoud Abbas. Il presidente dell’Autorità Palestinese ha novant’anni, governa senza elezioni presidenziali dal 2005 e continua a mantenere un controllo rigidissimo sugli apparati politici e di sicurezza. Per questo il congresso di Fatah appare sempre meno come un momento di rinnovamento e sempre più come un tentativo di blindare gli equilibri del potere palestinese mentre il mondo arabo, l’Occidente e una parte crescente della società palestinese chiedono riforme, rappresentanza e una leadership capace di uscire dalla paralisi degli ultimi anni.