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Terrorismo. Psicologi militanti e apologia della violenza

Il caso Therapists 4 Palestine scuote il mondo della salute mentale tra sostegno alla “lotta armata” e celebrazione di attentati contro civili israeliani

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Terrorismo. Psicologi militanti e apologia della violenza
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Per decenni il terapeuta è stato immaginato come una figura capace di ascoltare il dolore umano cercando di sottrarsi alle appartenenze ideologiche, alle passioni tribali e agli slogan politici. Oggi, dentro una parte sempre più rumorosa dell’attivismo occidentale, quella figura sembra trasformarsi in qualcosa di radicalmente diverso. Il caso di Therapists 4 Palestine, collettivo internazionale di professionisti della salute mentale attivo soprattutto su Instagram, mostra fino a che punto una certa militanza abbia deciso di fondere psicoterapia, propaganda politica e sostegno esplicito alla cosiddetta “resistenza armata” palestinese.

Il gruppo, che conta oltre cinquemila follower, organizzerà il 21 maggio un evento online intitolato “Therapy is Political”, ospitando la psicologa e psicoanalista Lara Sheehi per discutere il suo nuovo libro From the Clinic to the Streets: Psychoanalysis for Revolutionary Futures. Fin qui si potrebbe parlare di una semplice iniziativa accademica o ideologica. Il problema nasce quando si guarda il contesto politico e simbolico nel quale questo collettivo si muove da mesi.

Nel proprio manifesto pubblico Therapists 4 Palestine dichiara infatti di sostenere “diverse forme di resistenza palestinese, inclusa la resistenza armata”. Una formula pesantissima, soprattutto perché pronunciata da professionisti che lavorano nel campo della salute mentale e della cura psicologica. Il documento afferma inoltre che “ogni terapia è intrinsecamente politica” e invita le associazioni professionali della psicologia ad adottare posizioni ufficiali favorevoli al movimento BDS contro Israele.

La figura centrale dell’evento, Lara Sheehi, propone una visione della psicoanalisi apertamente rivoluzionaria. Nel libro appena pubblicato sostiene che la terapia sarebbe stata “cooptata” da capitalismo, colonialismo e sionismo e che gli psicologi dovrebbero trasformare il proprio lavoro clinico in uno strumento di lotta politica globale. Al centro della sua teoria compare il concetto di “militanza psichica”, una forma di resistenza psicologica contro quelle che definisce intrusioni del capitalismo, del colonialismo e della “eteropatriarchia cisgender”.
Il linguaggio è quello tipico di una parte dell’accademia radicale contemporanea, dove il confine tra analisi clinica, ideologia e attivismo tende a dissolversi completamente. Tuttavia il punto più inquietante non riguarda il lessico teorico, ma i contenuti diffusi concretamente dal collettivo sui social.

Tra i post condivisi da Therapists 4 Palestine compare infatti una grafica dedicata al cinquantesimo anniversario del massacro di Kiryat Shmona dell’11 aprile 1974, quando tre terroristi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina-Comando Generale entrarono in un edificio residenziale nel nord di Israele uccidendo diciotto civili, tra cui numerosi bambini. Il contenuto pubblicato dal gruppo presenta gli attentatori in chiave celebrativa e utilizza l’iconografia classica del martirio palestinese.

In un altro post compare invece Ghassan Kanafani, ex portavoce del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, organizzazione terroristica designata dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea. Kanafani viene accostato a Che Guevara e trasformato in simbolo romantico della rivoluzione armata.

A rendere ancora più opaca la vicenda è il sistema di raccolta fondi collegato all’evento del 21 maggio. Gli utenti vengono indirizzati verso una campagna ospitata sulla piattaforma Chuffed.org con il nome “Lebanon Emergency Relief”. La raccolta appare associata a un’entità chiamata Workers For Palestine, registrata nei Paesi Bassi, mentre l’account Instagram collegato utilizza un altro nome e si presenta come realtà operativa in Libano. Le informazioni pubblicamente disponibili su governance, gestione economica, supervisione finanziaria e destinazione concreta delle donazioni risultano estremamente limitate.

Dietro Therapists 4 Palestine emerge inoltre una rete internazionale sempre più strutturata di professionisti della salute mentale impegnati nella militanza anti-israeliana. Tra le organizzazioni collegate compare USA Palestine Mental Health Network, che promuove campagne di boicottaggio accademico contro Israele e sostiene risoluzioni favorevoli al BDS all’interno delle associazioni professionali di psicologia.

Lara Sheehi fa anche parte dell’Institute for the Critical Study of Zionism, fondato nel 2023, realtà che secondo l’Anti-Defamation League mira apertamente a delegittimare il sionismo e a separare lo studio dell’ebraismo da quello del movimento sionista. Sheehi siede inoltre nel board consultivo di Forensic Architecture, organizzazione nota per le sue indagini visive sulle violazioni dei diritti umani e spesso accusata dai critici di utilizzare metodologie orientate politicamente nel conflitto israelo-palestinese.

Il nodo vero, però, va oltre un singolo collettivo o una singola conferenza online. La questione riguarda la progressiva politicizzazione radicale di professioni che storicamente pretendevano neutralità, equilibrio e attenzione alla complessità umana. Quando uno psicoterapeuta arriva a considerare la militanza ideologica come estensione naturale del proprio lavoro clinico, il rischio è che il paziente smetta di essere una persona da comprendere e diventi il materiale umano di una causa politica.