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Nanorobot contro il cancro, la sfida israeliana

La ricerca sui robot di DNA promette terapie più precise e meno tossiche, ma tra laboratorio e cura clinica serve ancora prudenza

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Nanorobot contro il cancro, la sfida israeliana
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La medicina del cancro sta entrando in una fase in cui la domanda decisiva potrebbe cambiare completamente. Per decenni ci siamo chiesti come distruggere il tumore senza devastare il resto del corpo. Ora una parte della ricerca prova a formulare il problema in modo più chirurgico, quasi microscopico: come riconoscere una cellula malata, raggiungerla, aprire il farmaco solo lì e lasciare intatti i tessuti sani. È in questo territorio, ancora sperimentale ma già molto concreto, che si collocano i nanorobot di DNA sviluppati anche dalla ricerca israeliana.

L’immagine è potente, perfino cinematografica: minuscoli dispositivi grandi circa cento nanometri, costruiti con la tecnica del DNA origami, viaggiano nell’organismo come piccole scatole intelligenti. Il loro compito consiste nel trasportare un principio attivo e rilasciarlo soltanto quando incontrano segnali molecolari compatibili con una cellula tumorale. L’allegato da cui prende spunto questo articolo parla giustamente di strutture capaci di “sbocciare” come un fiore, perché l’idea è proprio questa: una forma chiusa, programmata, che si apre solo davanti al bersaglio corretto.

Il nome da tenere a mente è Ido Bachelet, ricercatore israeliano legato alla Bar-Ilan University e al Bar-Ilan Institute of Nanotechnology and Advanced Materials. Già nel 2015 Pfizer aveva annunciato una collaborazione con lui per sviluppare robot di DNA capaci di portare proteine terapeutiche in tessuti designati, una linea di lavoro basata su molecole programmabili in grado di rispondere a segnali del corpo.
Il punto, però, va spiegato bene per evitare entusiasmi da fantascienza. Questi nanorobot non “mangiano” letteralmente il cancro, né sono minuscoli animaletti meccanici che pattugliano il sangue con una volontà propria. Sono nanostrutture progettate per sfruttare le proprietà chimiche del DNA, che in questo caso viene usato come materiale da costruzione e non come archivio genetico. La forza del DNA origami sta nella possibilità di piegare filamenti molecolari in forme prevedibili, ottenendo contenitori, interruttori e piattaforme capaci di legare farmaci, anticorpi, molecole immunitarie o segnali biologici.

La prospettiva è enorme perché una delle grandi difficoltà dell’oncologia resta la tossicità delle cure. Chemioterapia, immunoterapia e terapie mirate hanno cambiato la vita di molti pazienti, ma il problema della distribuzione del farmaco nel corpo rimane aperto. Una molecola somministrata per via sistemica può raggiungere il tumore, certo, ma può anche colpire cellule sane, produrre effetti collaterali pesanti e costringere i medici a ridurre dosaggi che, sul bersaglio tumorale, potrebbero essere utili. I nanorobot di DNA cercano di risolvere proprio questo nodo, trasformando il farmaco in un carico guidato.

La ricerca internazionale si muove nella stessa direzione. Nel 2024 Nature Nanotechnology ha pubblicato uno studio su un “interruttore robotico” di DNA capace di esporre ligandi citotossici in ambiente tumorale acido; nei test su topi con xenotrapianti di tumore al seno umano, il dispositivo ha ridotto la crescita tumorale fino al 70 per cento. È un dato importante, ma va letto per quello che è: una prova preclinica, non una terapia già disponibile per i pazienti.

Una revisione scientifica pubblicata nel 2025 ha confermato che le nanostrutture di DNA sono considerate piattaforme promettenti per veicolare chemioterapici, molecole di silenziamento genico, fotosensibilizzatori e composti immunomodulanti, con risultati preclinici incoraggianti sul piano della biodisponibilità e della riduzione degli effetti fuori bersaglio. La stessa revisione segnala però ostacoli ancora seri: produzione su larga scala, stabilità nell’organismo e sicurezza biologica.

Ed è qui che la notizia va raccontata con precisione. Israele, ancora una volta, si conferma un laboratorio avanzato di medicina, nanotecnologia e ricerca applicata, capace di muoversi tra università, industria farmaceutica e startup con una rapidità rara. Tuttavia il passaggio dal modello sperimentale alla cura approvata richiede anni, controlli, studi clinici, verifiche di tossicità, riproducibilità dei risultati e confronto con le terapie già esistenti.

La promessa, se reggerà alla prova della clinica, è di quelle che possono cambiare il modo stesso in cui pensiamo la lotta contro i tumori. Meno bombardamento generale, più precisione. Meno farmaco disperso, più farmaco dove serve. Meno danno collaterale, più intelligenza terapeutica. La strada è ancora lunga, ma la direzione è chiara: la medicina del futuro proverà a curare il cancro non solo con armi più potenti, ma con strumenti più esatti. E in quella corsa, la ricerca israeliana ha già messo un piede molto avanti.