Gli echi dei gravi incidenti verificatisi durante i cortei del 25 aprile sono arrivati anche in Israele e hanno provocato scalpore e sdegno ben al di là dei circoli degli italkim, gli ebrei italiani in Israele. Vi scrivo queste righe con grande umiltà, perché non sono italiano. Credo però di conoscere abbastanza bene il vostro Paese, l’amatissima Italia, la sua vita politica e le difficoltà che sta attraversando oggi la sua comunità ebraica.
Andrò subito al dunque, se me lo permettete. A mio parere, l’indignazione, la rabbia e il dolore per quanto accaduto durante l’ultimo 25 aprile non bastano più. L’atteggiamento dell’ANPI e degli squadristi della sinistra neo-staliniana, l’odio antisemita esibito senza vergogna, la violenza subita dai rappresentanti della Brigata ebraica e gli insulti di matrice nazista come “saponette mancate” non rappresentano certo una novità. Tutto questo accade da anni e continua a peggiorare. A questo punto lamentarsi non è più un piano di lavoro e bisogna avere il coraggio di porsi una domanda molto semplice: “Dobbiamo davvero riprovarci anche l’anno prossimo?”. La mia risposta è chiara.
Ci sono club di cui è un onore non far parte.
È arrivata l’ora di smettere di subire umiliazioni da parte di gente la cui bocca è una vera e propria fogna. Gente convinta di poter distribuire al mondo intero certificati di moralità, quando invece rappresenta l’incarnazione di un’ossessione antisemita patologica, del peggior rifiuto di ascoltare e riflettere e di un’aggressività che non può non ricordare quanto accadeva nelle strade italiane un secolo fa.
Tutti comprendiamo che qui non si tratta di una legittima critica alle scelte o ai comportamenti del governo israeliano. Siamo davanti a una pulsione antisemita pura e semplice, molto diffusa in certi ambienti “progressisti”, che spesso non sono altro che una Casapound di sinistra. Mi ha sempre colpito il fatto che i teppisti dell’estrema sinistra e quelli dell’estrema destra, pronti in ogni altro contesto a combattersi ferocemente, si ritrovino perfettamente uniti su un punto solo: l’odio verso lo Stato di Israele di per sé, il desiderio della sua scomparsa e, per estensione, l’odio verso i milioni di ebrei che vi abitano.
Dopo il 7 ottobre 2023, lo dico da persona che non ha rinunciato a lottare per un altro futuro dei popoli del Medio Oriente, non può più esserci alcun dubbio su quale sarebbe il destino degli israeliani in caso di sconfitta militare. E può anche darsi che gli squadristi di cui parlo non si fermerebbero nemmeno a noi e accuserebbero persino i due milioni di arabi israeliani, cittadini fedeli nonostante ciò che sostiene l’estrema destra israeliana, di “collaborazione con i sionisti”.
Insomma, lasciateli sguazzare nel loro odio, nella loro incapacità di vedere il mondo se non in bianco e nero e nella loro totale chiusura mentale. E passate oltre.
Qui però bisogna insistere su un punto fondamentale. Per gli ebrei non si tratta affatto di ripiegarsi su sé stessi o di organizzare eventi soltanto “a uso interno”. Sarebbe questa la vera vittoria degli aggressori neo-staliniani. Gli amici della comunità e di Israele esistono anche al di fuori degli ambienti ebraici e non sarà difficile trovare gruppi, associazioni e persone con cui organizzare una commemorazione autentica e dignitosa, un convegno, una marcia da un luogo simbolico a un altro. Invece di continuare disperatamente a cercare l’accettazione di chi non merita nemmeno uno sguardo, cercate le alleanze giuste negli ambienti liberali, in ciò che resta della sinistra veramente democratica e tra cristiani e musulmani di buona volontà. Molti accetteranno il vostro invito a lavorare insieme per una memoria autentica, non manipolata nel modo più ripugnante.
Non è troppo presto per mettersi al lavoro in questa direzione e per dimostrare già il 25 aprile 2027 che il campo democratico, nella sua diversità, rifiuterà finalmente di lasciare la memoria nelle mani meno degne di custodirla e saprà invece promuovere i veri valori della Resistenza, dei partigiani e degli Alleati, Brigata ebraica inclusa.
Yehoshua (Yosh) Amishav.
Già diplomatico israeliano (1981-1998), è stato portavoce dell’ambasciata di Israele a Roma (1992-1995), poi ha diretto la comunicazione del Keren Hayesod alla sede mondiale di Gerusalemme (1999-2017). È coinvolto da allora in numerosi progetti di scrittura e di informazione su temi israeliani ed ebraici.