Una casa editrice ebraica che pubblica in ebraico da Berlino, con scrittori israeliani, lettori israeliani e nessun finanziamento del governo israeliano, sembra già da sola una provocazione culturale abbastanza forte da attirare sospetti da ogni parte. E invece Altneuland, fondata nel 2024 da Dory Manor e Moshe Sakal, prova a fare qualcosa di più sottile e più ambizioso: restituire alla lingua ebraica una geografia più ampia dello Stato che l’ha riportata al centro della storia moderna.
Il progetto nasce da due israeliani che vivono da anni tra Berlino e Parigi e che rifiutano le definizioni troppo strette. Altneuland non si presenta come una casa editrice israeliana all’estero, né come un marchio europeo dedicato a un’esotica nicchia linguistica. Manor, poeta, traduttore ed editor, e Sakal, scrittore ed editore, parlano piuttosto di una casa per la letteratura ebraica globale, capace di accogliere autori israeliani senza dipendere dal ministero della Cultura israeliano e senza consegnarsi alla logica dei boicottaggi che oggi attraversa una parte crescente del mondo editoriale.
La scelta del nome è già un programma. Altneuland rimanda al romanzo utopico di Theodor Herzl, pubblicato nel 1902, in cui il fondatore del sionismo politico immaginava una società ebraica moderna, aperta, multiculturale, costruita sulla convivenza tra ebrei e arabi. Manor e Sakal riprendono quel titolo con una torsione contemporanea, sostenendo che la loro “terra vecchia e nuova” non sia un territorio, ma la lingua ebraica stessa. È un’idea potente, perché sposta il baricentro dalla sovranità politica allo spazio culturale, senza negare Israele e senza rinunciare a dialogare con i suoi lettori.
In un momento in cui migliaia di scrittori e operatori culturali hanno aderito ad appelli di boicottaggio contro istituzioni israeliane, Altneuland sceglie una strada diversa. I suoi fondatori lavorano con autori che vivono in Israele, vendono nelle librerie israeliane e pubblicano opere che parlano direttamente alla società israeliana, ma lo fanno da una posizione autonoma, fuori dal circuito dei premi e dei finanziamenti pubblici. Per Manor, il problema non è Israele in sé, bensì l’attuale governo, che egli considera ostile allo spirito più profondo del Paese.
Questa distinzione è il punto più delicato e interessante del progetto. Altneuland non cancella Israele, non lo mette in quarantena culturale e non lo consegna ai suoi nemici. Prova invece a separare la letteratura ebraica dalla dipendenza politica, immaginando un luogo in cui gli autori possano continuare a scrivere, tradurre e circolare senza essere costretti a scegliere tra fedeltà nazionale e isolamento internazionale.
La linea editoriale si sta già allargando. Accanto ai testi in ebraico, la casa editrice pubblica autori ebrei in tedesco, francese, russo, yiddish e inglese. Il lancio negli Stati Uniti prevede un libro originale in inglese della giornalista Ruth Margalit e traduzioni di romanzi ebraici di Noa Yedlin e Itamar Orlev. In Germania, Altneuland pubblica anche The Future is Peace, il libro scritto dall’israeliano Maoz Inon, i cui genitori sono stati uccisi da Hamas il 7 ottobre 2023, e dal palestinese Aziz Abu Sarah, il cui fratello morì dopo un anno trascorso in una prigione israeliana per lancio di pietre.
Anche la scelta di Berlino pesa simbolicamente. La città ospita oggi una comunità israeliana ampia, fatta di scrittori, artisti, studenti, intellettuali e professionisti che spesso hanno lasciato Israele per ragioni politiche, economiche o personali. Ma Berlino porta con sé anche l’ombra della grande editoria ebraica spazzata via dal nazismo. Manor e Sakal guardano esplicitamente alla Schocken Verlag, la casa editrice che negli anni Trenta pubblicò Kafka, Heine, Leo Baeck e Shmuel Yosef Agnon, prima di essere costretta a chiudere nel 1939 e trasferirsi nella Palestina mandataria.
Non tutti, in Israele, sono convinti che l’esperimento possa reggere. Il mercato dei lettori ebraici fuori dal Paese è ristretto, e alcuni editori israeliani dubitano che possa sostenere una casa editrice vera e propria. Eppure Altneuland sta stampando in migliaia di copie per il mercato israeliano, avviando seconde tirature per alcuni titoli e costruendo, con edizioni più piccole, anche un pubblico in Germania.
Il caso Altneuland dice qualcosa di più ampio sul futuro della cultura ebraica. In un’epoca di boicottaggi, cancellazioni e pressioni identitarie, una casa editrice ebraica a Berlino che pubblica in ebraico senza chiedere permesso né al governo israeliano né ai suoi detrattori rappresenta una forma rara di libertà. Non pretende di sostituire Israele come centro della letteratura ebraica, ma ricorda che una lingua viva non appartiene mai a un solo luogo, soprattutto quando quella lingua ha attraversato secoli di esilio, rinascita, ferite e ostinazione.