Home > Attualità > Israele, Trump e la paura del Golfo

Israele, Trump e la paura del Golfo

Gli Emirati e le monarchie arabe osservano con crescente inquietudine la prudenza americana dopo i nuovi lanci iraniani

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Israele, Trump e la paura del Golfo

Nel Golfo, dove la memoria delle guerre passa attraverso i mercati finanziari, i terminal petroliferi e le rotte marittime più che attraverso i discorsi ufficiali, sta tornando a circolare una frase che sembrava appartenere a un’altra epoca. “Chi si avvolge nell’America è nudo”, diceva Hosni Mubarak per descrivere la fragilità degli alleati di Washington quando la Casa Bianca decide di rallentare, attendere, trattare. Oggi quella frase viene ripetuta sottovoce negli Emirati, in Bahrain, perfino nei corridoi diplomatici sauditi, mentre Donald Trump tenta di fermare l’escalation con l’Iran senza dare l’impressione di essere trascinato in una nuova guerra mediorientale.

Il problema è che Teheran sembra avere interpretato questa prudenza come un’opportunità. Dopo la ripresa dei lanci missilistici iraniani e dopo le minacce rivolte al traffico navale nello Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti hanno scelto per ora di evitare una risposta diretta, limitandosi a ribadire che eventuali nuovi attacchi contro le navi commerciali riceverebbero una reazione “schiacciante”. Una formula che nel Golfo viene ascoltata con crescente scetticismo, soprattutto perché nel frattempo Trump ha sospeso temporaneamente l’operazione “Project Freedom”, nata per garantire la sicurezza marittima nello stretto attraverso cui passa circa un quinto del petrolio mondiale.

La sensazione che serpeggia tra le monarchie arabe è semplice e inquietante insieme. L’Iran colpisce, alza la tensione, misura le reazioni occidentali e scopre che Washington vuole soprattutto evitare che il conflitto esploda definitivamente. Per Teheran questo può trasformarsi in un incentivo a spingersi ancora oltre, perché ogni passo indietro americano rischia di essere letto come una vittoria strategica del regime degli ayatollah.

Il Wall Street Journal ha raccolto nelle ultime ore testimonianze molto dure di diplomatici e analisti della regione. Mehdi Gholam, ricercatore di un think tank di Dubai, ha parlato apertamente di “cessate il fuoco unilaterale”, sostenendo che l’Iran appare pronto a una nuova escalation molto più degli Stati Uniti. Ancora più esplicita Danya Tafar, direttrice dell’International Gulf Forum, secondo cui nel Golfo si diffonde l’idea che Washington stia progressivamente abbandonando la sicurezza dei propri alleati regionali. Quando la deterrenza si incrina, infatti, il problema non riguarda soltanto i missili o le flotte militari. Riguarda la fiducia. E in Medio Oriente la perdita di fiducia produce quasi sempre nuovi conflitti.

Negli Emirati Arabi Uniti il linguaggio pubblico resta prudente, anche perché Abu Dhabi ha investito enormemente negli ultimi anni nella propria immagine di hub globale stabile e sicuro. Sultan Al-Ali, figura molto ascoltata nel dibattito mediatico emiratino, ha spiegato che la priorità del Paese resta la protezione della navigazione e della stabilità regionale, evitando una guerra lunga che danneggerebbe commercio, investimenti e turismo. Dietro le formule diplomatiche, però, emerge un altro elemento significativo. Negli Emirati cresce la convinzione che la cooperazione con Israele rappresenti ormai una componente fondamentale della sicurezza regionale, soprattutto sul piano delle tecnologie di difesa aerea e dell’intelligence.

È uno degli effetti più profondi degli Accordi di Abramo. Anche mentre parte del mondo occidentale continua a leggere Israele esclusivamente attraverso Gaza, nel Golfo molte leadership vedono nello Stato ebraico un’assicurazione strategica contro l’espansionismo iraniano. Il punto, però, è che Israele da solo non basta. Senza la garanzia americana, l’intero equilibrio costruito negli ultimi anni rischia di diventare molto più fragile.

Teheran lo ha capito benissimo e infatti i media vicini al regime celebrano apertamente la sospensione di “Project Freedom” come una ritirata americana. L’agenzia IRNA parla di “fallimento degli Stati Uniti”, mentre Tasnim scrive senza troppi giri di parole che “Trump sta facendo marcia indietro”. È propaganda, naturalmente, però ogni propaganda efficace contiene un elemento di realtà percepita. E la realtà percepita oggi nel Golfo è quella di un’America più cauta, meno disposta a intervenire direttamente, più concentrata a evitare una guerra totale che a ristabilire immediatamente la deterrenza.

Il rischio di questo gioco è evidente. Trump cerca di tenere insieme due obiettivi quasi incompatibili, cioè evitare una guerra regionale e impedire all’Iran di apparire vincente. Nel frattempo Teheran continua a testare i limiti occidentali, sapendo che ogni giorno di esitazione rafforza la propria immagine interna e regionale. Israele osserva tutto questo con crescente preoccupazione, perché conosce bene la logica iraniana. Nel Medio Oriente degli ayatollah, la prudenza raramente viene interpretata come saggezza. Molto più spesso viene letta come paura.