Home > Attualità > Burka, ora tocca alla Spagna

Burka, ora tocca alla Spagna

Perché il divieto del burqa è una questione essenziale di civiltà

Manuel Valls

Tempo di Lettura: 5 min
Burka, ora tocca alla Spagna

La Spagna dibatte il divieto del burqa. Il Partido Popular e Vox portano avanti proposte di legge. Ma il segnale più significativo è arrivato da un’altra parte: Fèlix Larrosa, sindaco socialista di Lleida, ha preso l’iniziativa di vietare il velo integrale — burqa e niqab — negli spazi pubblici della sua città. Il suo argomento è la difesa dei diritti fondamentali delle donne.

Riconosco questo momento

La risposta del suo stesso campo è eloquente. I socialisti spagnoli esitano, tergiversano, votano contro le proposte della destra e dell’estrema destra — come se la giustezza di una misura dipendesse da chi la propone. E sconfessano uno dei loro. Questa contraddizione la conosco bene. La Francia l’ha vissuta per trent’anni.
La sinistra è intrappolata in una contraddizione da cui fatica a uscire: la paura viscerale di attaccare coloro che percepisce come i nuovi «dannati della terra» — immigrati, musulmani, «vittime» del capitalismo e dell’eredità coloniale. Questa lettura, generosa nelle intenzioni ma cieca negli effetti, l’ha portata a eludere le questioni identitarie, a sottovalutare l’islamismo, e infine ad abbandonare sul campo chi avrebbe dovuto difendere in prima linea: le donne.

1989: il primo appuntamento mancato

In Francia, il caso Creil, nel 1989, fu un segnale d’allarme. Tre studentesse si presentano velate in classe. Il mondo politico si divide. A sinistra, grandi intellettuali — Élisabeth Badinter, Alain Finkielkraut, Régis Debray, Jacques Julliard — firmano un manifesto clamoroso: il velo a scuola, no. Lucidi, coraggiosi, avevano visto giusto.
Giovane eletto della periferia parigina, ero dalla loro parte. Ma i miei mentori, Michel Rocard e Lionel Jospin, scelsero il compromesso giuridico del Consiglio di Stato: autorizzare il velo «discreto» vietando il proselitismo. Una soluzione all’apparenza equilibrata che mi sembra ancora oggi una debolezza colpevole. Si cedeva di fronte a un’offensiva ideologica credendo di negoziare una pace. Si offriva un precedente: la Repubblica poteva cedere.

2004: la legge coraggiosa

Ci vollero quindici anni. La legge che vieta i simboli religiosi ostensibili nelle scuole pubbliche fu adottata con una maggioranza quasi unanime. Deputato, la votai senza esitazione. Questo testo deve molto al presidente Jacques Chirac, che nel 2003 affidò una missione a una commissione pluridisciplinare presieduta da Bernard Stasi — un ex ministro moderato e rispettato — insieme a giuristi, filosofi, rappresentanti dei culti e operatori sul territorio. La loro relazione dimostrò che si potevano affrontare queste questioni con rigore, senza cedere né alla demagogia né alla ingenuità. Bisognava proteggere la scuola della Repubblica. Dal 2023, anche l’uso di indumenti di tipo abaya da parte degli alunni è vietato.

2010: il burqa, lo spazio pubblico e la dignità delle donne

Il burqa — quel tessuto che cancella un volto, nega una presenza, annulla un essere — non è un indumento. È un manifesto, una bandiera. L’argomento del legislatore per vietarlo nel 2010 fu quello dell’ordine pubblico: nessuno circola mascherato nello spazio repubblicano. Valido, ma insufficiente per dire ciò che era davvero in gioco: l’offensiva dell’islam politico contro la laicità, la scuola, e soprattutto le donne. Sostenere che il burqa derivi da una scelta libera significa ignorare deliberatamente i meccanismi di coercizione familiare, comunitaria e ideologica che la producono.
Con appena una ventina di socialisti, votai la legge, ampiamente adottata, frutto di un’iniziativa congiunta di Jean-François Copé (UMP, centrodestra) e André Gérin, deputato comunista. Un’alleanza improbabile, ma essenziale. Di fronte all’islamismo, non c’è destra né sinistra. Ci sono coloro che vedono e coloro che si rifiutano di vedere.

La sinistra e il suo appuntamento mancato con il femminismo

Una parte della sinistra ha tradito le donne. In nome del relativismo culturale e dell’ossessione di non «stigmatizzare», ha chiuso gli occhi su ciò che l’islamismo fa loro — in Iran, in Afghanistan, nei nostri quartieri. Le iraniane che rischiano la vita per strapparsi un velo, le afghane cacciate dalle università, ridotte all’invisibilità: meritavano una sinistra che urlasse. Hanno trovato silenzi imbarazzati ed equilibrismi vergognosi.
C’è qui un’incoerenza che sfiora l’impostura. La stessa sinistra che combatte per il diritto all’aborto e la libertà del corpo delle donne abbandona altre donne al loro destino — quelle che l’islamismo costringe, vela, cancella. La libertà del corpo non può essere selettiva. La causa palestinese, legittima nel suo fondamento, serve troppo spesso da schermo a compromessi con movimenti come Hamas che negano la democrazia, perseguitano gli omosessuali e fanno sparire le donne dallo spazio pubblico. Nessuna tradizione, nessuna lettura religiosa, nessuna invocazione della libertà può giustificare che si cancelli una donna.

Charlie, Samuel Paty: la stessa offensiva

L’assassinio dei vignettisti di Charlie Hebdo nel 2015 e la decapitazione di Samuel Paty nel 2020, per aver svolto il suo mestiere di insegnante, si inscrivono in una stessa logica guidata da un islam politico che vuole imporre le proprie leggi là dove la democrazia ha stabilito le sue. Il velo, il burqa, gli attentati, le pressioni sugli insegnanti: una stessa offensiva, mezzi diversi, un unico scopo. La Spagna dovrebbe saperlo: ha pagato un tributo di sangue all’islamismo, a Madrid nel 2004, a Barcellona nel 2017. La minaccia non è astratta. Ha volti, date, vittime.

Alla Spagna che esita

Votare il divieto del burqa nel 2010 significava capire che la libertà delle donne non è un valore che si negozia sotto pressione. L’islamismo, i Fratelli Musulmani, mettono alla prova la nostra capacità di resistenza. C’è un’incoerenza evidente a sinistra. La Spagna è stata pioniera in Europa nella lotta contro la violenza sulle donne. Come può esitare a difendere quelle stesse donne di fronte a un’ideologia che le cancella?
Alla sinistra spagnola che sconfessa uno dei suoi per aver osato difendere le donne, dico: non perdete trent’anni. I compromessi su queste questioni non sono saggezza — sono tempo regalato a chi vuole disfare ciò che abbiamo impiegato secoli a costruire. Fèlix Larrosa aveva ragione. Occorre che altri lo seguano.



Manuel Valls
ex primo ministro francese

Pubblicato da La Vanguardia del 02/05/2026