Home > Attualità > Turchia. Liberata Jessica Bachar

Turchia. Liberata Jessica Bachar

La consulente di comunicazione fermata a Istanbul dopo una campagna online islamista torna in Israele

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Turchia. Liberata Jessica Bachar
Jessica Bachar. Credit: Bar-Ilan University.

Il suo nome è rimasto nascosto per settimane mentre la macchina diplomatica lavorava sotto traccia, tra canali ufficiali e contatti che non lasciano traccia nei comunicati, e solo ora emerge con chiarezza una vicenda che illumina un nervo scoperto dei rapporti tra Israele e Turchia e, più in generale, il destino sempre più fragile di chi porta addosso identità multiple in un tempo che tende a trasformarle in colpa. Jessica Bachar, ventotto anni, consulente di comunicazione con una carriera già solida e riconosciuta, è tornata in Israele dopo essere stata arrestata a Istanbul e trattenuta agli arresti domiciliari con un’accusa che racconta molto più del singolo caso, quella di aver prestato servizio in un esercito straniero, cioè nelle Forze di Difesa Israeliane, come accade a migliaia di giovani israeliani.

La sequenza degli eventi, ricostruita attraverso fonti israeliane e confermata da indiscrezioni circolate nei media turchi, comincia a metà febbraio quando gruppi islamisti avviano una campagna online mirata contro cittadini israeliani con doppia cittadinanza, pubblicando fotografie, documenti e dettagli personali. Bachar diventa uno dei bersagli principali, anche per il suo profilo pubblico e per alcune immagini in uniforme diffuse in rete, e nel giro di pochi giorni il caso passa dai social alle istituzioni. La pressione cresce, vengono resi noti indirizzi e informazioni familiari, e la richiesta di intervento delle autorità turche prende forma fino a trasformarsi in un arresto formale circa due settimane dopo.

Il contesto in cui si inserisce l’arresto è quello di una Turchia attraversata da una radicalizzazione del discorso pubblico sul conflitto mediorientale, con una crescente esposizione mediatica delle attività dell’esercito israeliano e una narrativa politica che tende a identificare Israele come un avversario sistemico. In questo clima, la condizione dei cittadini con doppia appartenenza diventa improvvisamente precaria, perché ciò che fino a ieri rientrava nella normalità di una biografia diventa elemento di sospetto o di accusa.

Nata a Istanbul, emigrata in Israele da sola a diciassette anni, ha costruito un percorso che unisce studio e lavoro, con una laurea all’Università Bar-Ilan e collaborazioni con marchi internazionali, fino a progetti seguiti per figure di alto livello anche nel mondo delle grandi piattaforme tecnologiche. Il suo profilo, celebrato in Turchia fino a poco tempo fa con premi e copertine su riviste di lifestyle, si è rovesciato nel giro di pochi giorni sotto la spinta di una mobilitazione ostile che ha trovato terreno fertile.

La liberazione arriva dopo settimane di trattative silenziose. Il ministero degli Esteri israeliano attiva canali diretti e indiretti, Washington si muove in parallelo, e la soluzione prende forma in un’operazione discreta che prevede il trasferimento della giovane donna verso Israele passando per un paese terzo, sotto protezione dei servizi di sicurezza. Nessuna conferenza stampa, nessuna dichiarazione trionfale, solo la conferma a posteriori di un rientro che si è voluto tenere lontano dai riflettori per evitare ulteriori tensioni.

Il caso Bachar apre però una questione più ampia che riguarda la sicurezza degli israeliani all’estero e la crescente esposizione di chi possiede una doppia cittadinanza in paesi dove il clima politico si sta irrigidendo. La dimensione digitale amplifica il fenomeno perché consente di individuare, schedare e colpire individui con una rapidità che fino a pochi anni fa sarebbe stata impensabile, trasformando ogni profilo pubblico in un potenziale bersaglio.

Sul piano diplomatico, l’episodio si inserisce in una relazione già complessa tra Ankara e Gerusalemme, fatta di riavvicinamenti e rotture, interessi economici e contrasti politici. La scelta di intervenire su un caso individuale con un’azione coordinata di alto livello segnala quanto la questione sia considerata sensibile dalle autorità israeliane, che vedono in episodi di questo tipo un precedente pericoloso.

Per Jessica Bachar la storia si chiude con un ritorno a casa che ha il sapore della liberazione ma lascia dietro di sé una frattura evidente. La sua traiettoria personale, che aveva tenuto insieme due mondi, si è scontrata con una realtà in cui quella stessa duplicità viene percepita come un problema da risolvere. Ed è proprio in questo scarto, tra biografie che cercano di tenere insieme e contesti che spingono a separare, che si intravede una delle tensioni più profonde del presente.