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CPI, mandato contro Netanyahu sotto accusa. Pressioni del Qatar e crisi di credibilità

Un’inchiesta del Wall Street Journal parla di contatti e promesse legate a Doha, mentre emergono nuovi elementi sul comportamento del procuratore Karim Khan

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 3 min
CPI, mandato contro Netanyahu sotto accusa. Pressioni del Qatar e crisi di credibilità

Le rivelazioni emerse da un’inchiesta del Wall Street Journal riaprono in modo brutale il dossier sui mandati d’arresto emessi nel 2024 contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, mettendo al centro il ruolo del procuratore della Corte penale internazionale, Karim Khan, e ipotizzando pressioni esterne che, se confermate, cambierebbero non poco la lettura di quei provvedimenti.

Secondo testimonianze trasmesse all’FBI e supportate, stando all’inchiesta, da registrazioni audio, Khan avrebbe maturato la decisione di emettere i mandati dopo essere stato incoraggiato da esponenti del governo qatariota. Il Qatar, indicato con il nome in codice “Paese Q”, sarebbe intervenuto attraverso intermediari legati a società private di intelligence, tra cui Highgate ed Elicius Intelligence. In una delle conversazioni citate, un dirigente operativo avrebbe affermato che Khan era intenzionato ad agire ma esitava, e che da Doha sarebbe arrivata una promessa di sostegno in cambio del passo decisivo.

Immediate, e prevedibili, le smentite. Khan e il suo team legale respingono ogni accusa, mentre l’ambasciata del Qatar parla di ricostruzioni prive di fondamento. Tuttavia, il solo fatto che un’inchiesta di questo tipo possa essere articolata con un simile livello di dettaglio contribuisce ad alimentare un clima di sospetto attorno a un’istituzione che basa la propria autorità sulla percezione di indipendenza.

A rendere il quadro ancora più problematico è un elemento parallelo che riguarda la condotta personale del procuratore. Poco prima dell’emissione dei mandati, Khan sarebbe stato informato di accuse di aggressione sessuale mosse da una collaboratrice, accuse che, secondo quanto riportato, sarebbero state successivamente ritenute fondate in sede ONU. In questo contesto, la denuncia della vittima parla di pressioni volte a ritirare la segnalazione per evitare che lo scandalo interferisse con un’azione considerata prioritaria, quella contro i dirigenti israeliani.

Sempre secondo l’inchiesta, le stesse strutture private coinvolte nei contatti con il Qatar avrebbero cercato di delegittimare la denunciante, verificando eventuali legami con Israele o origini ebraiche per suggerire un’operazione orchestrata dall’intelligence israeliana. Si tratta di un passaggio delicatissimo, perché introduce il sospetto di un uso strumentale dell’informazione e di pratiche di pressione che esulano completamente dal perimetro giudiziario.

Le conseguenze politiche sono già visibili. Gli Stati membri della Corte hanno avviato una procedura disciplinare nei confronti di Khan, segnale di una frattura interna che difficilmente potrà essere ricomposta in tempi brevi. Ma il punto decisivo resta un altro, e riguarda la tenuta dell’istituzione nel suo complesso.

Se anche solo una parte di queste accuse trovasse conferma, la questione non sarebbe più limitata alla responsabilità individuale del procuratore, ma investirebbe la legittimità stessa dei mandati emessi. Una Corte percepita come esposta a influenze politiche o finanziarie perderebbe quella funzione di arbitro imparziale che ne giustifica l’esistenza, trasformandosi in un attore tra gli altri dentro il gioco delle relazioni internazionali.

È un passaggio che tocca un nervo scoperto del diritto internazionale contemporaneo, sempre sospeso tra aspirazione all’universalità e realtà dei rapporti di forza. La vicenda Khan, con le sue ramificazioni che arrivano fino a Doha e alle dinamiche interne della Corte, rischia di diventare un caso emblematico, perché mostra quanto sia fragile l’equilibrio tra giustizia e politica quando i due piani smettono di restare distinti.

A questo punto, più che le dichiarazioni di principio, conteranno i fatti e la loro verifica. Perché la credibilità non si difende con le smentite, ma con la trasparenza, e su quel terreno la Corte penale internazionale è chiamata a una prova che va ben oltre il destino di un singolo procuratore.


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