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Oms e Gaza, il rapporto che accusa i dati sanitari usati contro Israele

Il Center for Medical Integrity denuncia il rischio che il sistema dell’Oms sugli attacchi alla sanità diventi uno strumento politico senza contesto militare e giuridico

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 5 min
Oms e Gaza, il rapporto che accusa i dati sanitari usati contro Israele
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Nel dibattito internazionale sulla guerra a Gaza una cifra sanitaria può trasformarsi in un’accusa penale contro Israele molto prima che qualcuno abbia stabilito chi abbia colpito, perché, in quali circostanze e con quale responsabilità giuridica. È questo il punto più delicato sollevato dal nuovo rapporto del Center for Medical Integrity, che mette sotto esame il sistema dell’Organizzazione mondiale della sanità dedicato al monitoraggio degli attacchi contro strutture, personale e servizi sanitari nelle aree di crisi. Secondo il centro di ricerca, uno strumento nato per registrare emergenze sanitarie rischia di essere utilizzato nei forum internazionali come munizione politica contro Israele.

Il documento, pubblicato nel maggio 2026, prende di mira il Surveillance System for Attacks on Health Care, noto con la sigla SSA, con cui l’Oms raccoglie segnalazioni di violenze, minacce, ostacoli e interferenze contro l’assistenza sanitaria durante conflitti ed emergenze. Il problema, secondo il Center for Medical Integrity, nasce dalla definizione estremamente ampia di “attacco alla sanità”, che può includere episodi molto diversi tra loro, dalla violenza fisica al blocco dell’accesso, dall’intimidazione verbale alla militarizzazione di una struttura medica. Nel linguaggio dell’emergenza questa ampiezza può avere una logica operativa, mentre nel linguaggio politico e giuridico produce un effetto molto più pericoloso, perché la parola “attacco” finisce per suonare come una condanna già emessa.

La stessa Oms precisa che il suo sistema non ha il compito di stabilire responsabilità penali, intenzionalità, proporzionalità militare o identità degli autori degli episodi. In una pagina esplicativa, l’organizzazione afferma di non raccogliere né verificare informazioni sui responsabili, perché non possiede né il mandato né la capacità di farlo, e spiega che l’obiettivo è aumentare la consapevolezza sugli attacchi alla sanità, non promuovere azioni di accertamento giudiziario.

Ed è proprio qui che il rapporto individua il cortocircuito. Un conto è registrare che un ospedale, un’ambulanza o un convoglio medico siano stati coinvolti in un episodio di guerra. Un altro conto è usare quel dato come prova di un crimine israeliano, senza verificare se la struttura fosse stata usata da Hamas o dalla Jihad Islamica Palestinese per scopi militari, se vi fossero combattenti, armi, tunnel, centri di comando o ostaggi, e se l’azione rientrasse o meno nelle regole del diritto internazionale umanitario.

Il caso dell’ospedale Al-Shifa resta uno dei più rilevanti. Nel gennaio 2024 Associated Press riferì che una valutazione dell’intelligence americana, poi declassificata, considerava credibile l’uso del complesso ospedaliero da parte di Hamas e Jihad Islamica Palestinese per ospitare infrastrutture di comando, custodire alcune armi e trattenere almeno alcuni ostaggi rapiti il 7 ottobre. Sono elementi che non cancellano automaticamente ogni obbligo di protezione verso civili e pazienti, ma cambiano radicalmente il quadro giuridico e militare in cui un episodio deve essere valutato.

Ancora più emblematico è il caso dell’ospedale Al-Ahli dell’ottobre 2023. In quelle ore una parte consistente dell’informazione internazionale attribuì subito l’esplosione a un attacco israeliano, mentre successive analisi hanno indicato come causa probabile un razzo palestinese caduto nell’area. Human Rights Watch concluse che l’esplosione era compatibile con una munizione a razzo del tipo usato da gruppi armati palestinesi e dichiarò di non poter confermare il bilancio di 471 morti diffuso dal ministero della Sanità di Gaza, giudicandolo molto superiore ad altre stime e sproporzionato rispetto ai danni visibili.

Secondo il Center for Medical Integrity, il rischio è che un’affermazione iniziale formulata nel caos del campo di battaglia entri in una banca dati sanitaria, continui a circolare con l’autorevolezza di un’istituzione internazionale e venga poi riutilizzata in sede diplomatica o giudiziaria come se fosse un fatto già chiarito. In questo passaggio il dato perde la sua natura originaria e diventa accusa.

La questione riguarda anche il diritto internazionale. Ospedali, personale sanitario, ambulanze e materiale medico godono di una protezione speciale, ma questa protezione può essere compromessa quando una struttura viene utilizzata per azioni dannose contro il nemico, come deposito di armi, centro di comando, rifugio per combattenti o copertura per attività militari. Senza questa distinzione, ogni incidente registrato come “attacco alla sanità” può essere percepito dal pubblico come una violazione deliberata, anche quando la realtà operativa è molto più complessa.

Il rapporto non chiede di smettere di monitorare gli episodi che coinvolgono la sanità in guerra. Chiede invece che l’Oms renda sempre espliciti i limiti del proprio sistema e impedisca che le sue statistiche vengano presentate come verdetti. Per Israele la posta in gioco è evidente, perché Hamas ha costruito una parte rilevante della propria strategia proprio sull’uso ibrido delle infrastrutture civili, comprese quelle sanitarie, e sulla capacità di trasformare ogni combattimento in un’accusa immediata davanti all’opinione pubblica mondiale.

In fondo il punto è semplice e insieme decisivo. Contare gli incidenti è necessario. Usarli come sentenze senza contesto è un’altra cosa. E in una guerra combattuta anche sul terreno dell’informazione, quella differenza può pesare quanto un’arma.