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Salone del Libro. Scrittori (israeliani) ‘da gestire’ tra imbarazzo e sospetto

Il doppio standard che il mondo intellettuale continua a non vedere

Tiziana Allegra

Tempo di Lettura: 3 min
Salone del Libro. Scrittori (israeliani) ‘da gestire’ tra imbarazzo e sospetto
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Al Salone Internazionale del Libro di Torino, anche quest’anno, si percepisce una tensione crescente attorno alla presenza israeliana. Non una censura esplicita, ma qualcosa di più sottile: un clima culturale nel quale l’autore israeliano viene sempre più spesso percepito come presenza problematica, divisiva, “da gestire”.Eppure molti degli scrittori israeliani contemporanei più importanti appartengono all’area progressista che, negli ultimi anni, ha criticato duramente le scelte dei governi israeliani, sostenuto il dialogo israelo-palestinese e difeso una visione democratica e pluralista della società israeliana. Ma oggi tutto questo sembra non bastare più.

L’identità israeliana tende a prevalere sull’opera, sul pensiero, perfino sulla biografia politica dell’autore. La semplice provenienza diventa motivo di sospetto. Ed è qui che emerge un paradosso che il mondo culturale italiano continua a non voler affrontare. Mentre editori, festival e istituzioni culturali si interrogano con estrema cautela sull’opportunità di ospitare autori israeliani — spesso per timore di contestazioni — continuano invece a circolare con grande disinvoltura libri e leggende che ripropongono immaginari storicamente associati all’antisemitismo europeo.

Non è la critica a Israele il problema. La critica politica, anche radicale, appartiene pienamente alla dialettica democratica. Il punto è un altro: la crescente incapacità di riconoscere quando la critica scivola nella riproposizione di stereotipi antiebraici antichi e profondamente radicati nella cultura europea. Quando riemergono confezioni retoriche sul “potere aschenazita”, sulle élite ebraiche che controllerebbero finanza, informazione o geopolitica globale, non siamo più nel terreno della critica a uno Stato. Siamo dentro un immaginario che attraversa secoli di storia europea: l’ebreo come soggetto occulto, manipolatore, invisibile ma onnipresente.
L’antisemitismo contemporaneo raramente si presenta con il linguaggio brutale del Novecento.

Molto più spesso assume forme culturalmente sofisticate, apparentemente allusive, perfino “intellettuali”. Cambia lessico, ma conserva la stessa struttura narrativa: l’idea che dietro le dinamiche del potere globale esista una rete ebraica capace di orientare economie, governi, media e conflitti. Ed è significativo che questi codici culturali, quando riguardano gli ebrei, vengano frequentemente tollerati o minimizzati. Con qualunque altra minoranza, la reazione pubblica sarebbe immediata.

Questo doppio standard produce un effetto profondo: da una parte si normalizzano contenuti che evocano antichi miti antiebraici; dall’altra si trasforma l’autore israeliano — anche quando progressista e critico verso il proprio governo — in una figura culturalmente scomoda. È un meccanismo che finisce per colpire non il governo israeliano, ma la stessa legittimità della voce ebraica nello spazio pubblico. E forse è proprio questo il punto più preoccupante.

Perché quando la presenza di uno scrittore israeliano genera più imbarazzo di narrazioni costruite attorno ai vecchi stereotipi sul potere ebraico, il problema non riguarda più soltanto Israele o gli ebrei. Riguarda la salute culturale dell’Europa stessa.