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Cancellato un ‘giornalista’ di Gaza. Era un capo di Hamas

Dal caso Yaacoub Al-Barsh ai nomi associati alla Jihad islamica e ad Hamas, crescono i dubbi sulle liste delle vittime del giornalismo diffuse durante la guerra a Gaza

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
Cancellato un ‘giornalista’ di Gaza. Era un capo di Hamas
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Per mesi il nome di Yaacoub Al-Barsh, scritto anche Yacoup Al-Borsh in alcune traslitterazioni, è comparso nel database del Committee to Protect Journalists, una delle organizzazioni più note al mondo nel monitoraggio dei reporter uccisi nelle aree di conflitto. Trent’anni, direttore della radio Namaa, presentato come giornalista palestinese morto a Gaza. Poi qualcosa è cambiato. Secondo il ricercatore indipendente Salo Aizenberg, che da tempo analizza documenti, necrologi arabi e canali Telegram vicini alle organizzazioni armate palestinesi, CPJ avrebbe rimosso il suo nome dopo l’emersione di elementi che lo indicavano come comandante di Hamas.

La vicenda ha riaperto un dibattito che covava da mesi e che tocca un nervo scoperto della guerra di Gaza. Chi viene definito “giornalista” nelle liste diffuse dalle organizzazioni internazionali? Quali verifiche vengono fatte? E soprattutto: quanti dei cosiddetti operatori dell’informazione risultano contemporaneamente affiliati a gruppi terroristici armati?

Lo stesso CPJ, già nel novembre 2025, aveva ammesso pubblicamente la possibilità di rimuovere casi precedentemente registrati, spiegando che nuovi elementi possono dimostrare come una persona non rientrasse nella definizione di giornalista oppure che la morte non fosse legata all’attività professionale. In un rapporto pubblicato dopo il 7 ottobre, l’organizzazione aveva anche riconosciuto le enormi difficoltà di verifica all’interno di Gaza, sostenendo di utilizzare almeno due fonti indipendenti e colloqui con familiari, colleghi e conoscenti delle vittime. Un’ammissione importante, perché fotografa il caos informativo di una guerra nella quale i gruppi armati controllano territorio, comunicazione e accesso ai dati.

Il caso Al-Barsh, però, non è isolato. Anzi, secondo diversi ricercatori rappresenterebbe soltanto la punta più visibile di un fenomeno molto più ampio. Fox News ha riferito che Aizenberg avrebbe individuato numerosi post celebrativi e annunci di martirio nei quali Al-Borsh veniva descritto come combattente e “mujahid”, termine che nel linguaggio delle organizzazioni jihadiste indica un militante impegnato nella lotta armata.
Ancora più documentato appare il caso di Mahdi Al-Mamluk. Inizialmente inserito dal CPJ come tecnico delle trasmissioni dell’emittente Al-Quds Al-Youm TV, vicina alla Jihad islamica palestinese, venne successivamente identificato dalla stessa organizzazione terroristica come vice responsabile della propria unità comunicazioni. Un canale Telegram delle Saraya al-Quds lo definiva apertamente “comandante martire”.

Bilal Rajab, cameraman della stessa emittente, risulta invece indicato come membro del battaglione Shuja’iyya della Brigata Gaza della Jihad islamica. Mustafa Bahr, altro nome presente nelle liste del CPJ, è stato celebrato in manifesti funebri come “comandante mujahid” della Liwa al-Tawhid, gruppo affiliato alle Brigate Nasser Salah al-Din. Ahmed Abu Sharia, fotografo freelance che collaborava anche con l’agenzia iraniana Tasnim, sarebbe stato identificato dai Mujahideen Brigades come comandante operativo. Rizq Abu Shakian, operatore della Palestine Now Agency, compare invece in fotografie diffuse in uniforme di Hamas.

Il nodo più delicato riguarda probabilmente Al Jazeera. Nell’ottobre 2024 l’esercito israeliano dichiarò di avere recuperato a Gaza documenti interni di Hamas e della Jihad islamica contenenti elenchi di personale, rubriche telefoniche e documenti salariali che avrebbero collegato sei giornalisti dell’emittente qatariota alle organizzazioni terroristiche palestinesi. Tra i nomi figuravano Anas Al-Sharif, Hossam Shabat e Ismail Abu Omar. Al Jazeera respinse le accuse definendole infondate, ma il caso contribuì a rendere ancora più opaco il confine tra informazione, militanza e guerra psicologica.

A dicembre 2025 il Meir Amit Intelligence and Terrorism Information Center, centro studi israeliano specializzato in terrorismo e intelligence, pubblicò un rapporto destinato a far discutere. Secondo la ricerca, su 266 operatori dei media esaminati nella Striscia di Gaza, 157 avrebbero avuto legami o appartenenze riconducibili a Hamas o alla Jihad islamica. Il dossier sosteneva di basarsi su documenti pubblici, media palestinesi e materiale sequestrato dall’IDF.

Naturalmente ogni singolo caso richiede verifiche rigorose e prudenti, perché in guerra la propaganda viaggia in tutte le direzioni e le accuse possono essere usate come arma politica. Tuttavia il problema esiste, è concreto e riguarda il modo in cui il mondo occidentale costruisce la percezione del conflitto. Quando un’organizzazione prestigiosa corregge in corsa i propri elenchi dopo mesi di diffusione globale dei dati, la domanda diventa inevitabile. Quante delle informazioni circolate da Gaza sono state controllate davvero fino in fondo?