L’Eurovision Song Contest, che per decenni è stato raccontato come una gigantesca macchina pop capace di unire il continente fra lustrini, televoti e melodie spesso dimenticabili, si trova oggi travolto da uno scontro politico che va ben oltre la musica. L’inchiesta pubblicata dal New York Times alla vigilia della nuova semifinale israeliana ha acceso una miccia che covava da mesi sotto il palco dell’evento televisivo più seguito d’Europa, sostenendo che il governo guidato da Benjamin Netanyahu avrebbe organizzato una campagna sistematica e multimilionaria per influenzare il voto popolare a favore dei candidati israeliani.
Secondo il quotidiano americano, Israele avrebbe investito almeno un milione di dollari in pubblicità, promozione social e campagne digitali collegate direttamente all’Eurovision, incoraggiando gli spettatori europei a votare ripetutamente per gli artisti israeliani. Il Times parla apertamente di una strategia di “soft power” costruita per migliorare l’immagine internazionale dello Stato ebraico durante la guerra di Gaza, ricostruendo anni di attività promozionali che, pur formalmente consentite dal regolamento fino alla scorsa stagione, avrebbero alterato il clima interno della competizione e spinto diverse emittenti europee a chiedere verifiche più approfondite.
La questione è esplosa soprattutto dopo i risultati ottenuti da Eden Golan nel 2024 e da Yuval Raphael nell’edizione successiva. Entrambi gli artisti israeliani hanno raccolto un sostegno popolare enorme nonostante il durissimo clima politico contro Israele in molti paesi europei, alimentando sospetti e polemiche dentro la stessa Unione Europea di Radiodiffusione, l’organismo che organizza il concorso. L’inchiesta sostiene che in alcuni paesi poche centinaia di voti ripetuti sarebbero sufficienti a modificare le classifiche finali e che le campagne pubblicitarie israeliane, diffuse in varie lingue attraverso YouTube e i social network, abbiano avuto un impatto concreto sul televoto.
Il Times, però, riconosce anche un elemento fondamentale che molti commentatori hanno ignorato. Nessuna prova dimostra l’uso di bot, manipolazioni informatiche o sistemi illegali di alterazione del voto. Tutte le iniziative descritte rientravano infatti nelle possibilità offerte dal regolamento dell’Eurovision, che consentiva campagne pubblicitarie e invitava apertamente il pubblico a votare più volte per il proprio artista preferito. Proprio questo dettaglio rende il caso ancora più esplosivo, perché la polemica sembra ruotare meno attorno a una violazione delle regole e molto di più attorno all’identità del paese che le avrebbe sfruttate con maggiore aggressività.
Nel mirino del New York Times finisce anche l’UER, accusata di aver gestito la crisi con opacità, evitando di pubblicare dati completi sui voti e tentando di contenere il dissenso interno delle emittenti nazionali. Secondo il reportage, alcune televisioni pubbliche europee avrebbero chiesto verifiche indipendenti e perfino minacciato il ritiro dalla competizione qualora Israele fosse rimasto in gara. Fra i paesi più ostili vengono citati Islanda, Slovenia e Norvegia, mentre Germania ed Estonia avrebbero assunto una posizione diametralmente opposta, difendendo la presenza israeliana.
Dentro questa battaglia sotterranea pesa anche il denaro. Documenti interni citati dall’inchiesta mostrerebbero che gli organizzatori hanno valutato il costo economico di un’eventuale esclusione di Israele, temendo perdite superiori ai seicentomila dollari fra sponsor, quote di partecipazione e pubblico internazionale. In una fase già delicata per l’Eurovision, reduce da tensioni politiche e contestazioni continue, l’ipotesi di una rottura definitiva con Israele avrebbe potuto aprire una crisi finanziaria senza precedenti.
Kan, l’emittente pubblica israeliana, respinge le accuse sostenendo di avere sempre operato nel pieno rispetto delle norme europee e di non essere stata coinvolta direttamente nelle campagne governative. Anche Martin Green, direttore dell’Eurovision, ha ammesso che le iniziative promozionali israeliane sono state particolarmente aggressive, precisando però che non esistono elementi capaci di dimostrare un’alterazione fraudolenta dei risultati.
Resta però una domanda che attraversa ormai tutto il concorso europeo. L’Eurovision può ancora sopravvivere come semplice evento musicale mentre il continente si divide sempre più violentemente su Israele, Gaza e il conflitto mediorientale? Guardando le proteste, i boicottaggi minacciati e la pressione politica crescente sulle emittenti pubbliche europee, la sensazione è che il festival abbia ormai smesso da tempo di essere soltanto una gara di canzoni. Mentre Israele continua a interpretare nell’immaginario di molta opinione pubblica occidentale, l’eterno personaggio che manipola e trama dietro le quinte e governa in segreto i destini dell’universo.