Venezia, giovedì, 7 maggio. In occasione della pre-apertura della Biennale di Venezia ho camminato da sola tra i padiglioni dei Giardini con un cartello tra le mani. Non gridavo. Non insultavo. Non impedivo nulla a nessuno. Sul mio cartello c’era scritto:“La Repubblica Islamica ha massacrato più di 40 mila iraniani in due giorni”, “Viva l’Iran”, “No alla Repubblica Islamica.”
In questi giorni alla Biennale ci sono state molte manifestazioni, molti slogan, molti fumogeni, molte bandiere, molte azioni politiche davanti ai padiglioni di Russia e Israele senza che nessuna guardia intervenisse. Quando però un’artista iraniana entra in silenzio con un cartello contro la Repubblica Islamica, improvvisamente nasce un problema. Mi è stato detto che il mio cartello “disturbava”, che rovinava “l’immagine della Biennale”, che non potevo stare lì. Una guardia ha cercato di coprirlo, un’altra di strapparmelo dalle mani. Sono stata trascinata fuori in modo sgradevole mentre continuavo a ripetere una domanda semplice:perché gli altri possono manifestare e io no? Perché il dolore degli iraniani deve restare sempre invisibile? Perché denunciare la Repubblica Islamica mette così a disagio il mondo dell’arte?
Da anni artisti, curatori e istituzioni culturali firmano appelli contro stati, governi e guerre. Quasi nessuno, però, trova il coraggio di chiedere l’esclusione di un regime che reprime, tortura, impicca i propri cittadini e massacra il proprio popolo. La Repubblica islamica non mi rappresenta. Non rappresenta gli artisti iraniani. Non rappresenta milioni di iraniani. Non rappresenta l’Iran. E anche se mi spezzano il cuore, anche se resto da sola, io parlo e farò sentire la mia voce.
Dopo essere stata portata via, e dopo che la polizia e la Digos hanno controllato i miei documenti in modo gentile e rispettoso, mi è stato detto che potevo rientrare. Per loro il mio cartello non era un crimine. Quel che è successo, però,impone una domanda politica e morale:perché il mondo culturale si spella le mani applaudendo alcune cause e sceglie il silenzio davanti al sangue iraniano? Perché questo doppio standard?Perché questa selettività morale? Venerdì 8 maggio sono tornata di nuovo alla Biennale, questa volta all’Arsenale.
Ero un poco intimorita, pur se questo genere di paura non mi appartiene. Quando vivi certe esperienze, quando vieni umiliata pubblicamente e ti senti sola, emotivamente fragile, inizi a temere che possa succedere di nuovo. Quel giorno, dentro l’Arsenale, era in corso lo sciopero di curatori e artisti per la Palestina. Anche ai Giardini stesso sciopero e alcuni padiglioni – come quelli di Belgio, Olanda, Austria e altri – erano chiusi.
Ad Arsenale sui muri, tra le opere, negli spazi espositivi, erano appesi manifesti e bandiere palestinesi. Non si trattava di visitatori ma di lavoratori della Biennale, persone legittimate da quel sistema. Confesso di aver provato uno shock. Il giorno prima ero stata cacciata dai Giardini perché il mio cartello “disturbava” e ora, dentro quegli stessi spazi della Biennale, la protesta politica era visibile ovunque, integrata all’interno della stessa esposizione. A dir la verità, ho provato una gran rabbia perché il problema non era che io manifestassi, ma ciò che denunciavo.
Fuori, negli spazi aperti, ho ripreso in mano il mio cartello. Mi sono fermata laddove c’era più gente.Ho incontrato molta indifferenza, ma anche sguardi silenziosi, sorrisi tristi, piccoli gesti di solidarietà che non dimenticherò e accogliere quei segni umani mi ha fatto sentire meno sola.
Mi sono poi recata al padiglione di Israele, circondato dalle forze di polizia per garantirne la massima sicurezza. Sulla mia giacca brillava la piccola spilla della nostra bandiera con il leone e il sole iraniano. Le guardie e i responsabili del padiglione mi hanno sorriso. Ho parlato con l’artista israeliano di origine rumena Belu-Simion Fainaru, spiegandogli che ero iraniana. L’artista mi ha abbracciata e mi sono sentita accolta con calore. Ho mostrato il mio manifesto sull’Iran a lui e agli altri presenti. Il mio cartello non ha certo disturbato nessuno e anzi abbiamo parlato, ci siamo ascoltati, ci siamo fatti fotografare insieme. E’ stato allora che ho percepito l’assurdità e l’amarezza di quel che mi era successo il giorno prima, di quello che succede ogni giorno.
Dopo essere stata allontanata dai Giardini per aver denunciato la Repubblica Islamica, l’unico posto in cui mi sono sentita davvero al sicuro alla Biennale di Venezia è stato il padiglione Israele.Non si tratta tanto di raccontare un’esperienza personale. Questo è il ritratto di un ambiente culturale che decide quali dolori meritano spazio e quali invece devono restare invisibili.
Per quel che mi riguarda, io continuerò a parlare ad alta voce. Noi iraniani continueremo a parlare. Ad alta voce. Non per il gusto di provocare, non perché dominati dall’odio, ma perché ogni giorno in Iran qualcuno viene arrestato, torturato o ucciso mentre gran parte del mondo continua a guardare dall’altra parte. E il silenzio, davanti a tutto questo, è già una scelta politica.
Fariba Karimi
Artista visuale e dissidente iraniana
.