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Gran Bretagna terremotata dal voto avanzano gli anti Israele e trionfa Farage

Le elezioni locali britanniche puniscono Keir Starmer, premiano i Verdi radicali nelle città e spingono Reform UK verso il centro della scena politica

Paolo Montesi

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Gran Bretagna terremotata dal voto avanzano gli anti Israele e trionfa Farage

La politica britannica sta entrando in una fase di disgregazione accelerata e il voto locale di queste ore mostra un Paese che non si riconosce più nei due partiti che hanno dominato il Regno Unito per decenni. I laburisti di Keir Starmer perdono terreno quasi ovunque, i conservatori continuano a crollare e ad approfittarne sono soprattutto due forze che arrivano dagli estremi opposti dello spettro politico, i Verdi radicalizzati sull’anti-israelismo e la Reform UK di Nigel Farage, che cresce cavalcando rabbia sociale, immigrazione e sfiducia verso l’establishment.

Il dato più simbolico arriva da Hackney, nell’East London, dove la candidata dei Verdi Zoë Garbett ha conquistato la prima storica sindacatura diretta del partito in una delle aree più sensibili della capitale britannica, territorio che comprende anche Stamford Hill, la più grande concentrazione di ebrei ultraortodossi d’Europa. La vittoria dei Greens assume un peso politico particolare perché il nuovo leader del partito, Zack Polanski, ebreo e fortemente schierato contro Israele, ha trasformato la causa palestinese in uno dei pilastri centrali della campagna politica verde.

Polanski ha celebrato il risultato parlando della “morte definitiva” del sistema bipartitico britannico e ha chiesto apertamente le dimissioni di Starmer. Le sue parole arrivano mentre il partito continua a essere travolto da accuse di antisemitismo rivolte a diversi candidati e attivisti locali. La stessa Zoë Garbett, secondo quanto riportato dalla stampa britannica, avrebbe bloccato una lettera di sostegno alla Metropolitan Police dopo l’attacco antisemita avvenuto poche settimane fa a Golders Green, quartiere ebraico del nord di Londra dove due persone furono accoltellate.

Il clima nel Regno Unito, dopo il 7 ottobre e la guerra di Gaza, si è fatto sempre più pesante per la comunità ebraica. Le aggressioni antisemite sono aumentate, le università sono attraversate da proteste radicali e una parte consistente della sinistra britannica ha assunto toni sempre più aggressivi verso Israele, spesso sconfinando in ambiguità che le organizzazioni ebraiche denunciano da mesi. Il voto di Hackney fotografa proprio questo spostamento culturale di una parte dell’elettorato urbano e progressista.

All’estremo opposto cresce invece Nigel Farage, che con Reform UK sta trasformando un movimento nato attorno alla Brexit in una forza nazionale capace di sfondare nelle periferie operaie del nord inglese e perfino in territori tradizionalmente conservatori. Farage parla ormai apertamente di “svolta storica” e i numeri gli danno ragione. Reform UK ha conquistato centinaia di seggi locali e punta a diventare il principale polo di opposizione nei confronti di un Labour sempre più logorato.

Anche Farage continua però a portarsi dietro accuse pesanti. Vecchi compagni di scuola lo hanno accusato negli anni di simpatie filonaziste e frasi antisemite, accuse che lui ha sempre respinto definendole campagne diffamatorie. Resta il fatto che il nuovo panorama britannico sembra muoversi tra due spinte radicali che, pur diversissime tra loro, condividono un elemento inquietante, cioè la crescente marginalizzazione degli ebrei britannici dentro il dibattito pubblico.

Keir Starmer prova a resistere e assicura che non lascerà la guida del governo, ma dentro il Labour ormai circolano apertamente i nomi dei possibili sostituti, da Angela Rayner a Wes Streeting. I risultati delle amministrative vengono letti come una sorta di referendum anticipato sulla sua leadership e raccontano un premier arrivato al potere meno di due anni fa e già precipitato in una crisi politica profonda, aggravata dalla stagnazione economica, dai prezzi dell’energia e dalla percezione di un governo incapace di dare una direzione chiara al Paese.

La Gran Bretagna appare così sempre più frammentata, nervosa e polarizzata. E dentro questo vuoto politico avanzano movimenti che prosperano sulla rabbia, sull’identità e sul conflitto permanente.