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Crisi ADC negli Usa, tra licenziamenti e accuse di molestie

Dalla denuncia legale da 117 pagine alle accuse di insabbiamento e retorica estremista, il crollo interno travolge la ADC, storica organizzazione degli arabo-americani

Rosa Davanzo

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Crisi ADC negli Usa, tra licenziamenti e accuse di molestie

Una denuncia formale lunga 117 pagine, accuse incrociate di molestie sessuali coperte ai vertici e dichiarazioni pubbliche che riecheggiano stereotipi antisemiti stanno facendo implodere l’American-Arab Anti-Discrimination Committee, la più storica organizzazione per i diritti civili arabo-americani negli Stati Uniti, che in pochi giorni ha visto cadere i suoi principali dirigenti e aprirsi una crisi destinata a lasciare segni profondi.

La sequenza degli eventi è rapida e rivela un sistema sotto pressione da tempo. A fine aprile sono stati rimossi l’executive director Abed Ayoub, il membro del consiglio Dr. Ed Hasan e la direttrice dell’organizzazione nazionale Suehaila Amen, decisioni arrivate a ridosso di una denuncia depositata presso l’ufficio del procuratore generale di Washington e delle accuse pubbliche mosse dalla deputata Rashida Tlaib, che ha parlato apertamente di molestie subite e di un clima interno che avrebbe sistematicamente insabbiato casi simili.

Il consiglio direttivo ha tentato di gestire la transizione nominando Jenin Younes come presidente ad interim, mentre Nabil Mohamad è stato indicato come nuovo executive director, ma la mossa non ha fermato l’escalation. Ayoub ha respinto il licenziamento definendolo illegittimo e ha annunciato un’azione legale, sostenendo di essere stato discriminato per la sua appartenenza religiosa sciita, mentre la battaglia si sposta sempre più sul terreno giudiziario.

Il cuore della crisi resta però la denuncia presentata da Ed Hasan, figura entrata nel board con competenze in governance e risorse umane e rimossa dopo pochi mesi. Nel documento si sostiene che la presidente del consiglio, Safa Rifka, avrebbe ordinato la distruzione degli statuti interni per ostacolare la trasparenza e che lo stesso consiglio avrebbe indagato su accuse che lo riguardavano direttamente, violando principi basilari di gestione. Hasan ha definito la sua rimozione priva di base sostanziale e motivata da ritorsioni, descrivendo uno dei casi più gravi incontrati nella sua carriera.

Le accuse di Rashida Tlaib aggiungono un livello ulteriore di gravità. La deputata ha raccontato in un video pubblicato sui social di essere stata molestata durante un periodo di stage presso una sede dell’organizzazione in Michigan, denunciando che il responsabile non sarebbe stato licenziato ma allontanato con un accordo, mentre la vicenda veniva tenuta lontana dall’attenzione pubblica. Il racconto richiama uno scandalo già emerso nel 2013, quando Imad Hamad, allora direttore regionale, era stato accusato da numerose donne di comportamenti analoghi e nonostante ciò promosso a un ruolo nazionale prima di lasciare l’organizzazione.

Il malcontento si è esteso anche all’interno. Un gruppo di dipendenti, in gran parte donne, ha lanciato una protesta chiedendo le dimissioni dell’intero consiglio direttivo, segnale di una frattura che attraversa l’organizzazione a tutti i livelli. Parallelamente, anche i donatori iniziano a prendere le distanze, con richieste pubbliche di restituzione dei fondi e critiche alla gestione interna.

A rendere il quadro ancora più delicato contribuiscono alcune dichiarazioni pubbliche dei vertici. Durante l’ArabCon 2025, conferenza di punta dell’organizzazione tenutasi a Dearborn, Abed Ayoub aveva sostenuto che professioni come diritto, medicina e ingegneria sarebbero controllate dal sionismo, un’affermazione che richiama schemi classici di tipo cospirativo e che ha sollevato forti critiche. In un’edizione precedente della stessa conferenza, il data strategist Mohammed Maraqa aveva proposto un confronto tra comunità ebraica e comunità araba fondato su argomentazioni legate al potere economico, contribuendo ad alimentare polemiche sulla linea culturale dell’organizzazione.

Il caso ADC si inserisce in un contesto più ampio in cui diverse realtà legate all’attivismo pro-palestinese stanno affrontando accuse di cattiva gestione e comportamenti impropri. Episodi recenti che coinvolgono organizzazioni e iniziative internazionali mostrano dinamiche ricorrenti, con leadership contestate, denunce interne e difficoltà nel gestire in modo trasparente accuse sensibili.

Negli ultimi anni l’American-Arab Anti-Discrimination Committee aveva rafforzato la propria presenza nel dibattito pubblico, in particolare dopo il 7 ottobre 2023, offrendo supporto legale a studenti e attivisti e collaborando con il Council on American-Islamic Relations in iniziative contro università statunitensi. Oggi quella esposizione si ritorce contro l’organizzazione, perché le accuse interne mettono in discussione la coerenza tra il ruolo pubblico rivendicato e le pratiche adottate al proprio interno.

La crisi in corso non riguarda soltanto una disputa tra dirigenti o una sequenza di errori gestionali, ma tocca il nodo della credibilità di un soggetto che si presenta come difensore dei diritti civili. In assenza di chiarimenti convincenti e di interventi strutturali, il rischio è che il danno reputazionale diventi irreversibile, con conseguenze che andranno ben oltre la sostituzione di qualche nome ai vertici.