Sette anni di condanne consecutive da parte del Parlamento europeo non bastano a cambiare una linea che, nei fatti, continua a formare generazioni di giovani palestinesi dentro un impianto ideologico in cui Israele viene delegittimato, gli ebrei ridotti a presenza estranea e la violenza inserita in un orizzonte di legittimità. Il punto non riguarda più soltanto il contenuto dei manuali scolastici dell’Autorità Palestinese, ma la credibilità stessa delle promesse di riforma avanzate a Bruxelles e Washington, promesse che nel tempo si sono accumulate senza produrre modifiche sostanziali.
L’ultima presa di posizione dell’Europarlamento segna un passaggio importante perché introduce, con maggiore chiarezza rispetto al passato, l’idea che i finanziamenti debbano essere condizionati a cambiamenti verificabili. Il richiamo ha una sua piccola storia. Già da anni organismi di analisi indipendenti come Impact-se segnalano come i manuali in uso continuino a includere riferimenti espliciti al jihad, alla glorificazione del martirio e a una rappresentazione degli ebrei che oscilla tra cancellazione storica e demonizzazione. Le revisioni annunciate dall’Autorità Palestinese risultano, secondo le verifiche più recenti, limitate, parziali e soprattutto cosmetiche.
Il nodo centrale è politico prima ancora che educativo. Dichiarazioni pubbliche di esponenti di primo piano dell’Autorità Palestinese, dal primo ministro al ministero dell’Istruzione, indicano una scelta consapevole di non intervenire in modo significativo sui contenuti. La resistenza alle modifiche non appare legata a difficoltà tecniche o mancanza di risorse, ma a una precisa linea ideologica che considera quei materiali parte integrante della costruzione identitaria.
Dentro i manuali, l’assenza è tanto rilevante quanto la presenza. La Shoah non viene trattata, la storia degli ebrei nella regione viene rimossa e, in alcuni casi, viene messa in discussione l’esistenza stessa di un popolo ebraico come soggetto storico. Parallelamente, il conflitto con Israele viene inserito in una chiave anticoloniale che assimila lo Stato ebraico a una potenza straniera da respingere, alimentando una visione che esclude in partenza qualsiasi forma di riconoscimento reciproco.
Il risultato emerge con particolare evidenza negli esempi concreti utilizzati nei programmi scolastici. Esercizi di matematica che introducono il concetto di numero attraverso il conteggio dei “martiri”, lezioni di scienze in cui la fisica viene spiegata ricorrendo all’immagine di una fionda puntata verso un bersaglio, materiali didattici che celebrano figure coinvolte in attentati contro civili israeliani trasformandole in modelli di riferimento. Non si tratta di episodi isolati, ma di un’impostazione che attraversa diverse materie e livelli scolastici, rendendo il messaggio coerente e pervasivo.
A questo si aggiunge un uso disinvolto di elementi giuridici e storici che finiscono per confondere i piani. Alcuni manuali presentano la “resistenza armata” come un diritto naturale, richiamando in modo distorto principi del diritto internazionale e lasciando intendere una legittimazione generale della violenza. In questo contesto, la distinzione tra conflitto politico e attacco a civili si dissolve, con effetti che vanno ben oltre l’ambito educativo.
Il problema, a questo punto, investe direttamente i Paesi donatori. L’Unione europea e gli Stati Uniti hanno continuato a finanziare il sistema educativo palestinese nella speranza di favorire un’evoluzione verso standard più compatibili con una prospettiva di coesistenza. Oggi quella scelta viene rimessa in discussione, perché il rischio è che fondi pubblici occidentali contribuiscano, anche indirettamente, a sostenere contenuti che alimentano ostilità e radicalizzazione.
Condizionare gli aiuti a risultati verificabili rappresenta una svolta che arriva tardi, ma che potrebbe avere effetti concreti se accompagnata da meccanismi di controllo indipendenti. Senza strumenti di verifica, ogni promessa resta sospesa e ogni dichiarazione perde valore nel momento in cui i libri di testo continuano a raccontare una realtà che esclude la possibilità stessa di una convivenza.
In questo quadro, la questione educativa diventa uno snodo decisivo per qualsiasi prospettiva politica futura. Una leadership che aspira a uno Stato e a un riconoscimento internazionale non può sottrarsi alla responsabilità di preparare le nuove generazioni a un orizzonte diverso da quello dello scontro permanente. Finché questo passaggio resta bloccato, ogni negoziato rischia di poggiare su fondamenta fragili, perché la distanza tra i tavoli diplomatici e le aule scolastiche continua a essere troppo ampia per poter essere ignorata.