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Gaza Cola, tutti i dubbi sulla bibita “apartheid free”

Dietro la bibita “solidale” venduta come alternativa alla Coca-Cola restano molti interrogativi su produzione, trasparenza dei fondi e impatto sull’economia palestinese

Alessandro Bertani

Tempo di Lettura: 4 min
Gaza Cola, tutti i dubbi sulla bibita “apartheid free”

Dopo Coop Alleanza 3.0, anche Unicoop Firenze porta sugli scaffali la Gaza Cola, l’alternativa “solidale” alla Coca-Cola. Ma cosa è davvero Gaza Cola? Chi la produce? Con quale filiera? Quali progetti dice di sostenere? Dalle scarne informazioni reperibili emerge che si tratta di un marchio riferito ad almeno due distinte società con sede nel Regno Unito, ColaGaza Ltd e Gaza Cola Limited, riconducibili all’attivista palestinese Osama Qashoo.

Al Jazeera, in un articolo-intervista a Qashoo del 23 novembre 2024, scrive che l’obiettivo del progetto è costruire un movimento di boicottaggio capace di colpire la Coca-Cola finanziariamente, perché “quando si colpiscono nel punto più importante, ovvero il flusso di entrate, queste aziende che alimentano il genocidio, ciò fa davvero la differenza e le fa riflettere”. Gaza Cola sposa la più classica delle strategie di marketing emotivo, presentando al consumatore, come si legge nel sito web, una bibita “100% palestinese”, “apartheid free”, “contro l’occupazione” e che “sostiene il boicottaggio”. La missione dichiarata è “Bevi Gaza Cola e ricostruisci un ospedale a Gaza”, l’Al Karama Hospital, che verrebbe ricostruito su cinque piani e per i cui lavori occorrerebbero oltre quattro milioni di dollari, raccolti “reinvestendo i profitti della società” e poi gestiti da un “ente responsabile” denominato “Associazione Benefica per la Cura del Paziente di Gaza”. C’è anche un cronoprogramma che indica la realizzazione dell’intervento in dodici mesi. Non per essere cinici, ma è il caso di fare qualche riflessione su questo progetto.

La prima: è realistico ricostruire, nel contesto di Gaza, un ospedale di cinque piani in soli dodici mesi? Sarà che noi italiani siamo abituati a tempi lunghi per le opere pubbliche, ma un anno per rifare da capo un ospedale di quelle dimensioni e in quel luogo sembra un po’ poco. La seconda riflessione riguarda i quattro milioni di dollari per la ricostruzione. Nessun processo alle intenzioni, per carità, ma non si riscontrano informazioni indipendenti sulla tracciabilità dei flussi, sulla rendicontazione e sulle modalità di trasferimento delle risorse. È sufficiente affermare che una parte dei profitti (quanta?) sarà destinata a certi progetti per essere sicuri del giusto “atterraggio” delle somme raccolte? Non è un problema di poco conto quando si ragiona di donazioni, tanto più se sono destinate alla Striscia di Gaza, in un contesto in cui è nota la necessità di un monitoraggio accurato e imparziale sui flussi di denaro, per evitare che, anche involontariamente, finiscano nelle mani sbagliate, Hamas in primis. La terza riflessione, la più importante, mette in luce il vero paradosso.

Gaza Cola non è espressione dell’economia palestinese. La proprietà è sì palestinese, ma la struttura societaria ha base nel Regno Unito, mentre la produzione avviene in altri Paesi europei, in particolare in Polonia. Il prodotto non è realizzato nella Striscia, né nei territori contesi, e non ha quindi una ricaduta diretta sull’occupazione palestinese, né genera un indotto per la popolazione.

Insomma, Gaza Cola è per certo un marchio attrattivo per il consumatore politicamente orientato, sollecitato all’acquisto da un marketing evocativo dell’occupazione, del genocidio e dell’apartheid; tuttavia si limita a promettere progetti e non è inserito in una filiera industriale e occupazionale locale. Per uno di quei curiosi scherzi del destino, e non senza una certa ironia, a creare una realtà produttiva nei territori contesi ci ha pensato proprio la Coca-Cola, l’emblema del capitalismo a stelle e strisce che, secondo i promotori del boicottaggio, alimenterebbe il genocidio sionista e che Gaza Cola vorrebbe colpire. Nei territori opera infatti la NBC – National Beverage Company, licenziataria di Coca-Cola Company per l’imbottigliamento delle bibite del portafoglio Coca-Cola.

La società è fondata da imprenditori anch’essi palestinesi, con una presenza industriale articolata in più stabilimenti produttivi, da Ramallah a Tulkarem a Gerico, affiancati da centri di distribuzione e da una rete commerciale capillare. Una struttura che non si limita a vendere un prodotto, ma organizza un’intera filiera, dall’imbottigliamento alla logistica, dalla distribuzione alla vendita. La NBC crea occupazione reale per i palestinesi, essendo uno dei principali poli industriali dell’area, con circa mille occupati diretti e un indotto che supera le diecimila persone, per la larghissima parte palestinesi. Il suo impatto sulla popolazione è dunque concreto, verificabile, misurabile.

Cari consumatori solidali, pensateci: e se, alla fine, ad aiutare la popolazione palestinese fosse più la classica lattina di Coca-Cola che una di Gaza Cola? Sarebbe forse un corto circuito emotivo, ma i fatti sembrano portare proprio in questa direzione.