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Bufera a Politico. Il CEO: non c’è posto per gli antisionisti

Scontro tra giornalisti e vertici dopo le parole di Matthias Döpfner sul diritto di Israele all’esistenza mentre cresce la tensione nelle redazioni occidentali dell’isola

Paolo Montesi

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Bufera a Politico. Il CEO: non c’è posto per gli antisionisti

Dentro una delle redazioni più influenti degli Stati Uniti si è aperta una frattura che tocca un nodo ormai centrale nel giornalismo occidentale, quello del rapporto tra valori dichiarati, libertà editoriale e identità politica. A scatenare la crisi è stato Matthias Döpfner, amministratore delegato del gruppo Axel Springer, proprietario di Politico, che durante una lunga riunione interna ha chiarito senza ambiguità che il sostegno al diritto di Israele a esistere rientra tra i principi non negoziabili dell’azienda, arrivando a suggerire a chi non si riconosce in questa impostazione di cercare lavoro altrove.

Le sue parole arrivano dopo una lettera firmata da numerosi giornalisti della testata, che accusavano il vertice di utilizzare la propria posizione per orientare il dibattito editoriale, soprattutto attraverso interventi pubblici in cui invitava l’Europa a schierarsi apertamente con Stati Uniti e Israele nel confronto con l’Iran e metteva in discussione l’efficacia degli aiuti europei ai palestinesi. La risposta di Döpfner non è stata difensiva ma rilanciata, con un messaggio che ha il tono di una linea di demarcazione più che di una mediazione, perché ha rivendicato il diritto dell’azienda a fondarsi su valori chiari e a pretendere coerenza da chi vi lavora.

Nel suo intervento, rivelato dal sito Jewish Insider, il CEO ha insistito sul fatto che il sionismo, inteso come diritto all’autodeterminazione e alla sicurezza per lo Stato di Israele, rappresenta un pilastro storico del gruppo fin dalla sua fondazione, e che metterlo in discussione significa entrare in collisione con l’identità stessa di Axel Springer. Ha anche cercato di distinguere tra questo principio e la libertà di critica nei confronti del governo israeliano, sostenendo che la seconda resta pienamente legittima e praticata quotidianamente all’interno delle testate del gruppo.

Il punto è tutt’altro che teorico. Nella percezione di una parte della redazione, quella distinzione rischia di restare sulla carta, soprattutto in un clima già carico di tensioni legate alla guerra in Medio Oriente e al ruolo dell’informazione nella sua rappresentazione. Le ultime settimane hanno visto crescere le polemiche interne, alimentate anche da contenuti pubblicati da Politico che hanno suscitato critiche sia per presunti squilibri sia per scelte editoriali considerate discutibili, come una vignetta poi rimossa dopo accuse di richiami antisemiti.

La presenza alla riunione di figure chiave come il direttore John Harris e il nuovo vertice editoriale, insieme all’assenza di prese di distanza esplicite dalle parole del CEO, ha rafforzato l’idea che la linea tracciata da Döpfner non sia un’iniziativa personale ma un orientamento condiviso ai livelli più alti dell’azienda. Una posizione che si inserisce in una tradizione precisa, perché il gruppo porta il nome di Axel Springer, che dopo la Seconda guerra mondiale fece della riconciliazione con il popolo ebraico e del sostegno a Israele uno dei cardini identitari delle sue testate.

Questa eredità, che per decenni è stata percepita come una scelta di campo storica e morale, oggi diventa terreno di scontro in un contesto radicalmente diverso, in cui le redazioni sono attraversate da sensibilità politiche più frammentate e da una pressione esterna crescente. Il caso Politico mostra quanto sia diventato difficile mantenere un equilibrio tra una linea valoriale dichiarata e la richiesta di autonomia editoriale avanzata dai giornalisti, soprattutto quando il tema in discussione è tra i più divisivi nello spazio pubblico globale.

La sensazione è che questa vicenda non resterà confinata all’interno di un’unica azienda. Il modo in cui si chiuderà, o si cronicizzerà, dirà molto su come il giornalismo occidentale affronterà nei prossimi anni il rapporto tra identità, libertà e responsabilità, mentre le redazioni diventano sempre più luoghi in cui le tensioni del mondo entrano senza filtri e chiedono di essere risolte, spesso senza offrire soluzioni semplici.