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Unione Europea, Gran Bretagna e India insieme ai paesi del Golfo devono lavorare per la sicurezza

E ascoltare il richiamo di Mohammed bin Salman: in Iran oggi vive il cuore e il cervello del rischio jihadista

Lodovico Festa

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Unione Europea, Gran Bretagna e India insieme ai paesi del Golfo devono lavorare per la sicurezza

Al di là del giudizio che si vuole dare sull’intervento americano-israeliano in Iran, le reazioni di Teheran hanno rivelato comunque il carattere omicida-apocalittico del regime, prima guidato dagli ayatollah e oggi dai pasdaran. E hanno confermato quanto affermato dal leader saudita Mohammed bin Salman, di come nell’antica Persia oggi viva il cuore e il cervello di un sommovimento jihadista diffuso in Medio Oriente, in Africa, in aree dell’Asia e nell’immigrazione islamica in Occidente.

Anche in questi giorni le gesta dell’Isis in Mali (nel sub-Sahara), la sconfitta inflitta ai mercenari russi dell’Africa Corps schierati a difesa del locale governo, ci raccontano come innanzitutto in settori delle nuove generazioni islamiche il jihadismo sia la forma che assume una, seppur delirante, idea di riscatto.

Certo i fondamentalisti islamisti sono in difficoltà in tanti scacchieri: in Libano Hezbollah cominciano a perdere il sostegno anche di settori della locale popolazione sciita. In Iraq si è raggiunto un compromesso per il nuovo primo ministro Ali Faleh Kazem al Zaidi, che ha escluso il candidato in parte collegato alle milizie armate filo iraniane impegnate in queste settimane in attività terroristiche contro gli americani ancora presenti a Baghdad.

Intanto quasi sicuramente il blocco della flotta americana allo Stretto di Hormuz riuscirà a imporre a Teheran le condizioni necessarie, innanzitutto sull’uranio arricchito, per una pace che però, in ogni caso, finché resterà in vita il regime khomeinista, non sradicherà i rischi di nuove sovversioni.

In questa probabile nuova situazione anche chi, come gli europei, ha preso le distanze da una guerra americana-israeliana decisa e gestita autonomamente, dovrà impegnarsi a fare i conti con il richiamo del principe bin Salman a contrastare nuove ondate di jihadismo con legami più o meno diretti con Teheran.

In questo senso il principale problema sarà dunque quello di costruire un fronte pur articolato ma coeso e alla fine convergente verso un’unità antijihadista.

Alcune novità di questi giorni ci spiegano, però, come non manchino i fattori che possono mettere in difficoltà questo obiettivo di un fronte antijihadista.

Così il fatto che il Qatar e l’Oman trattino separatamente con l’Iran in parte indebolisce la solidarietà di quel Consiglio di Cooperazione del Golfo vista all’opera nelle scorse settimane. Un altro segnale di divisioni in corso è anche l’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC. Turchia e Pakistan, poi, hanno svolto senza dubbio un’utile mediazione tra Stati Uniti e Iran, ma alcune loro mosse per isolare Israele non aiutano l’impegno a stabilizzare la situazione della Penisola Arabica.

E tutto questo scenario in movimento rende più difficile l’azione di sauditi ed egiziani per mantenere quello schieramento antipasdaran che pure si era delineato nei giorni in cui Teheran lanciava missili contro gli Stati del Golfo. E tutto ciò anche perché è in corso un’abile iniziativa di Russi e Cinesi proprio per indebolire questa possibile unità antijihadista.

Ecco perché, messi da parte i malumori non del tutto ingiustificati sulla diplomazia di Donald Trump, contenendo la tentazione francese di fare da soli per acquisire qualche proprio spazio, sarebbe utile che l’Unione europea, coordinandosi con Gran Bretagna e India, lavorasse con gli Stati compresi tra Aleppo e Aden per quell’accordo di sicurezza con annesse scelte militari operative, di cui ho già scritto nelle settimane scorse.