Un dirigente umanitario che muore sotto le bombe e, poche ore dopo, emerge come comandante operativo di una milizia jihadista. La vicenda di Mohammed Jamal Faraj al-Mubayyad, ucciso il 28 maggio 2025 a Gaza, apre una crepa in un sistema che da anni vive sull’ambiguità tra assistenza e militanza armata. Secondo un’analisi dell’Israel Policy Forum firmata da Gabriel Epstein, al-Mubayyad era direttore dei programmi a Gaza per la fondazione turca IHH mentre guidava contemporaneamente l’unità di mobilitazione centrale della Jihad islamica palestinese nella Striscia.
IHH, presentata come organizzazione umanitaria, compare da tempo in rapporti di intelligence e dossier governativi per i suoi legami con reti jihadiste. Israele l’ha messa fuori legge già nel 2008, collegandola alla Union of Good, una galassia di oltre cinquanta organizzazioni islamiche accusata dal Dipartimento del Tesoro americano di fungere da macchina di finanziamento per Hamas. Durante l’operazione Defensive Shield del 2002, secondo il Meir Amit Intelligence Center, fondi transitati attraverso questa rete arrivavano alle famiglie degli attentatori suicidi, consolidando un circuito in cui assistenza e incentivo alla violenza si sovrappongono.
Nel corso degli anni, i nomi e i teatri cambiano, ma lo schema resta. Il responsabile di IHH a Gaza, Mehmet Kaya, avrebbe trasferito denaro dalla Turchia a dirigenti di Hamas come Ismail Haniyeh, contribuendo alla costruzione di infrastrutture militari e all’acquisto di armamenti. In Siria, un’indagine della polizia turca del 2014 ha documentato l’invio di armi e materiali a gruppi legati ad al-Qaeda, prima che l’intervento diretto del governo Erdoğan bloccasse l’inchiesta e rimuovesse gli investigatori. Anche documenti presentati al Consiglio di sicurezza dell’ONU nel 2016 indicano convogli riconducibili a IHH impegnati nel trasporto di equipaggiamenti verso milizie jihadiste, tra cui il Fronte al-Nusra.
Il caso più noto resta quello della Mavi Marmara, la nave simbolo della flottiglia diretta a Gaza nel 2010. Quando i commandos israeliani abbordarono l’imbarcazione, si trovarono di fronte a una resistenza organizzata da attivisti armati di oggetti improvvisati, mentre successive ispezioni non portarono alla luce carichi umanitari significativi su alcune delle navi principali. Da allora, il nome IHH è entrato stabilmente nel dibattito internazionale come esempio di organizzazione capace di muoversi tra assistenza, attivismo politico e supporto a reti radicali.
Negli Stati Uniti, già nel 2010 ottantasette senatori avevano chiesto di valutare l’inserimento di IHH nella lista delle organizzazioni terroristiche straniere, citando i legami con Hamas e altre strutture jihadiste. Un anno dopo, il Congresso aveva chiesto formalmente un rapporto al Dipartimento di Stato, richiamando valutazioni della CIA e del Tesoro che parlavano di “legami noti con il terrorismo”. Nonostante questo, Washington non ha mai compiuto il passo decisivo, lasciando aperta una zona grigia in cui l’organizzazione continua a operare.
La morte di al-Mubayyad riporta tutto questo al centro della scena, perché mostra quanto sia sottile il confine tra operatore umanitario e attore militare in contesti dove le strutture civili vengono utilizzate come copertura. Per chi sostiene che si tratti di casi isolati, la sequenza dei fatti racconta altro. Per chi invoca maggiore chiarezza nelle designazioni internazionali, è un argomento in più.
Resta una domanda che nessun governo occidentale può permettersi di eludere a lungo: quanta parte dell’infrastruttura “umanitaria” che opera in aree di conflitto funziona davvero come tale, e quanta invece contribuisce, direttamente o indirettamente, a sostenere organizzazioni che di umanitario hanno ben poco. Qui non si tratta di sfumature accademiche, ma di responsabilità politiche concrete, che continuano a essere rimandate mentre sul terreno i confini restano volutamente confusi.
ONG turca IHH, il direttore a Gaza era un comandante della Jihad islamica