L’Europa è diventata una vera e propria piattaforma finanziaria del gruppo terrorista Hezbollah senza la quale una parte decisiva delle sue operazioni non potrebbe sopravvivere. Il nuovo rapporto firmato da Lina Khatib per il Documentation Centre Political Islam austriaco mette in fila dati e meccanismi con una precisione senza ambiguità, mostrando come una quota consistente delle risorse dell’organizzazione libanese nasca proprio dentro i circuiti economici europei, spesso sotto il radar delle autorità.
Il bilancio complessivo supera il miliardo di dollari, con circa settecento milioni provenienti dall’Iran e una fetta che sfiora il trenta per cento generata attraverso attività illecite distribuite su scala globale. È in questa zona grigia che l’Europa assume un ruolo centrale, perché qui Hezbollah riesce a trasformare denaro sporco in flussi apparentemente legittimi grazie a una combinazione di commercio internazionale, sistemi finanziari frammentati e controlli disomogenei.
Il cuore operativo è rappresentato da una struttura interna, il Business Affairs Component, che secondo il rapporto ricicla circa un milione di euro a settimana tra Germania, Belgio e Francia, offrendo servizi anche ai cartelli della droga sudamericani. Il meccanismo è raffinato e si appoggia a un modello noto, il Black Market Peso Exchange, che consente di convertire proventi del narcotraffico in merci acquistate legalmente in Europa. Auto di alta gamma, orologi e altri beni di lusso vengono comprati con denaro derivante dalla cocaina, spediti in Africa occidentale e rivenduti per ottenere fondi puliti che rientrano in Libano.
Questa filiera, emersa già nell’ambito delle indagini internazionali note come Project Cassandra, non è un episodio isolato ma un sistema consolidato che coinvolge operatori economici apparentemente regolari. Il rapporto cita una rete con base a Beirut e ramificazioni in Germania, guidata da figure come Hassan Trabulsi, capace di muoversi tra concessionarie e circuiti commerciali senza attirare attenzioni immediate.
Accanto al commercio di beni di lusso, il mercato dell’arte offre un altro canale privilegiato. Il finanziatore Nazem Said Ahmad ha movimentato decine di milioni di dollari tra Regno Unito e Belgio sfruttando società di copertura e la possibilità di manipolare le valutazioni delle opere, acquistando e rivendendo lavori di artisti di primo piano per trasferire valore oltre confine. A questo si affianca il traffico di diamanti, con certificazioni alterate e spedizioni frammentate che rendono difficile tracciare l’origine reale delle pietre.
La logica è sempre la stessa, anche quando cambia il settore: sfruttare le pieghe dei mercati legali per nascondere flussi illegali. Un esempio ancora più esplicito arriva dal caso austriaco del 2021, quando le autorità hanno intercettato un’operazione che prevedeva il trasporto di trenta tonnellate di Captagon, la droga sintetica prodotta in Libano e Siria, nascosta in forni per pizza e instradata attraverso Belgio e Austria prima di raggiungere l’Arabia Saudita passando dai porti italiani. La scelta del percorso europeo rispondeva a un calcolo preciso, legato ai controlli meno stringenti sui carichi provenienti dal continente rispetto a quelli diretti dal Medio Oriente.
A complicare ulteriormente il quadro interviene la dimensione diplomatica. Figure come Mohammad Ibrahim Bazzi hanno utilizzato incarichi ufficiali, in questo caso come console onorario del Gambia, per spostare fondi e gestire operazioni economiche con un livello di protezione che rende più difficile l’intervento delle autorità. Quando il denaro arriva in Libano, il tracciamento si interrompe quasi del tutto, anche per via della presenza capillare di Hezbollah nelle istituzioni e nei nodi finanziari del Paese.
Negli ultimi anni si è aggiunta una componente digitale che amplia le possibilità di movimento dei capitali. L’uso di criptovalute, in particolare Tether sulla rete Tron, consente trasferimenti rapidi e meno esposti ai controlli tradizionali, come dimostrano i sequestri effettuati da Israele su portafogli collegati all’organizzazione e alla Forza Quds iraniana. È un’evoluzione coerente con la pressione crescente sul sistema bancario classico, che spinge queste reti a cercare nuove strade.
Resta però un elemento politico che rende tutto questo più difficile da contrastare, e riguarda la frammentazione delle definizioni giuridiche. Stati Uniti e Regno Unito considerano Hezbollah nella sua interezza un’organizzazione terroristica, mentre l’Unione Europea mantiene una distinzione tra ala militare e ala politica. In questo spazio di ambiguità si inseriscono raccolte fondi e attività economiche che, pur essendo collegate alla struttura complessiva, riescono a operare con una copertura legale parziale.
Il risultato è un sistema che combina illegalità e legittimità apparente, dove il confine tra economia lecita e finanziamento del terrorismo si fa sottile e permeabile. Chi continua a pensare a Hezbollah come a un attore confinato al Libano o al Medio Oriente ignora un pezzo decisivo del problema, perché una parte della sua capacità operativa prende forma proprio qui, nelle economie europee, dentro circuiti che funzionano ogni giorno sotto gli occhi di tutti.
Terrorismo. Come Hezbollah finanzia il terrorismo in Europa