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Attacco allo Shah attivista, imbrattato da un rampollo del regime

A Berlino per il cambio di regime, Reza Pahlavi, erede dello scià dell’Iran, è attaccato alle spalle: imbrattato di rosso. Imperturbabile rassicura la folla.

Bruno Talamo

Tempo di Lettura: 3 min
Attacco allo Shah attivista, imbrattato da un rampollo del regime

In un clima di speranza tra migliaia di pacifici manifestanti in suo favore, il Principe Ereditario dell’Iran Reza Pahlavi era in visita a Berlino per incontrare esponenti politici tedeschi in sostegno della causa iraniana. A sorpresa però è stato colto alle spalle da un attacco con salsa di pomodoro da parte di un ragazzo. Imperturbabile ha continuato per la sua strada, ha poi salutato e sorriso alla folla, rassicurandola.

L’assalitore è stato prontamente fermato e arrestato. La sua identità rimane nascosta come previsto dalle leggi sulla riservatezza tedesche, ma è trapelato che sia un “rampollo del regime iraniano”, probabilmente figlio di un Guardiano della Rivoluzione Islamica (un Pasdar).
Questo incidente ha suscitato non poca preoccupazione tra gli iraniani, soprattutto tra quelli in patria, che sentono le proprie sorti legate a doppio filo a quelle del Principe o semplicemente Reza Pahlavi, come si vuole far chiamare.

Mentre il dibattito pubblico internazionale si concentra sull’apertura dello Stretto di Hormuz e sui negoziati per la pace con la Repubblica Islamica Iraniana, Pahlavi sostiene che il popolo iraniano dovrebbe fare da protagonista nelle discussioni.

Infatti sebbene ci sia una tregua tra stati, non c’è tregua per i manifestanti e per i prigionieri politici quotidianamente torturati, seviziati o uccisi o per le famiglie dei condannati a morte con processi sommari.

Proprio nella capitale tedesca, Pahlavi ha dichiarato di non essere contrario alla diplomazia, ma allo stesso tempo crede che siano state date sin troppe possibilità.
Auspica che l’Europa prenda una posizione netta di condanna che non si traduce solo in sostegno bellico, ma anche in richieste di liberazione dei prigionieri politici e di cessazione delle violenze interne.

Alla luce del massacro dell’8 e del 9 gennaio di 40 mila manifestanti e del finanziamento quarantennale al terrorismo, sedersi al tavolo dei negoziati con il regime islamico iraniano significa rischiare di abbassarsi a tale livello, nell’interesse della “loro” pace.

Così facendo non solo lo si dà per garantito, lasciandolo immutato al proprio posto, ignorando la volontà del popolo e abbandonando l’idea del cambio di regime, ma gli si fornisce un pericoloso precedente: saprà che nonostante gli orrori che perpetri, rimarrà in piedi.

In un periodo in cui il regime iraniano è al minimo storico dei consensi, intorno al 12%, Pahlavi si propone pragmaticamente come “la voce di chi non ha voce” ed è di fatto l’unico oppositore al regime iraniano che è invocato a gran voce dalle masse durante le proteste in Iran e all’estero, non come scià o imperatore, bensì come la guida ad una transizione democratica, come egli stesso ripete da anni nel suo programma.

Nessuno ama la guerra, ma non dovremmo neanche amare la pace dei dittatori fondamentalisti e dei loro mercenari stranieri che vessano un popolo inerme in lotta per la propria libertà e autodeterminazione.


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