Un uomo senza volto, identificato solo da una lettera, riemerge a distanza di tre anni da una morte che allora apparve come un incidente e che oggi si intreccia con uno dei capitoli più delicati dello scontro tra Israele e Iran. Durante la cerimonia del Giorno della Memoria presso la sede del Mossad, il direttore David Barnea ha scelto di rompere il silenzio su “Mem”, un agente morto nel maggio 2023 nel naufragio di un’imbarcazione sul Lago Maggiore, rivelando che era lui a guidare operazioni che hanno inciso in modo significativo sui recenti successi israeliani contro Teheran.
All’epoca dei fatti, la notizia aveva attirato l’attenzione per le circostanze insolite. Una barca rovesciata improvvisamente, quattro vittime, una presenza anomala di persone legate ai servizi di intelligence. I media italiani parlarono subito di una riunione operativa tra agenti israeliani e italiani, con diciannove persone su ventitré riconducibili, secondo le ricostruzioni, a strutture di sicurezza attive o in congedo. Due delle vittime furono identificate ufficialmente come membri dei servizi italiani, mentre per l’agente israeliano emerse il nome di copertura Erez Shimoni, una delle identità utilizzate in contesti operativi.
Per anni, quel frammento di storia è rimasto sospeso, senza un collegamento esplicito con eventi successivi. Le parole di Barnea cambiano il quadro, inserendo “Mem” al centro di un’operazione che, secondo il capo del Mossad, ha combinato creatività, capacità strategica e tecnologie avanzate, contribuendo in modo diretto al risultato della campagna militare contro l’Iran. Un riconoscimento raro, perché il lavoro dei servizi resta per definizione nascosto, e ancora più raro quando riguarda agenti caduti all’estero.
Il riferimento esplicito all’operazione “Ruggito del leone” consente di collocare il contributo di “Mem” all’interno di una strategia più ampia, che ha visto Israele colpire infrastrutture militari, industriali e nucleari iraniane con un livello di precisione e coordinamento che ha sorpreso molti osservatori. In questo contesto, il lavoro preparatorio dell’intelligence assume un peso determinante, perché ogni obiettivo, ogni linea di produzione individuata, ogni vulnerabilità sfruttata nasce da anni di raccolta dati, infiltrazioni e cooperazione internazionale.
Il fatto che l’agente sia morto proprio durante un incontro tra servizi alleati aggiunge un ulteriore elemento di complessità. Il Lago Maggiore diventa così uno spazio romanzesco dove si incrociano cooperazione e rischio, relazioni tra Stati e operazioni che raramente emergono in superficie. La collaborazione tra Israele e Italia in ambito di intelligence, pur mai dichiarata nei dettagli, appare in questa vicenda come un dato concreto, fatto di scambi operativi e missioni condivise.
Nel suo intervento, Barnea ha insistito sulla dimensione personale della scelta compiuta dagli agenti, parlando di uomini e donne che dedicano la propria vita alla sicurezza dello Stato, lontano dai riflettori e senza riconoscimenti pubblici. Il richiamo alla figura di “Mem” si inserisce in questa linea, offrendo uno squarcio su un mondo che resta opaco anche quando produce effetti visibili sul piano geopolitico.
Guerre di spie. Agente del Mossad morto sul Lago Maggiore decisivo nella guerra contro l’Iran