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NYT nella bufera per le menzogne sugli abusi sessuali ai palestinesi

Manifestazione di ebrei davanti alla sede del quotidiano a Manhattan dopo l’articolo di Nicholas Kristof accusato di diffondere accuse infondate e propaganda antisionista

Paolo Montesi

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NYT nella bufera per le menzogne sugli abusi sessuali ai palestinesi
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Davanti alla sede del New York Times, nel cuore di Manhattan, circa duecento persone hanno gridato per un’ora parole che negli Stati Uniti si sentono sempre più spesso nelle comunità ebraiche dopo il 7 ottobre. “Stop the libels, stop the hate”, fermate le calunnie, fermate l’odio. Non era una protesta organizzata dalla destra trumpiana contro la stampa liberal e nemmeno l’ennesimo corteo identitario della politica americana ormai ridotta a tifoseria permanente. In strada c’erano soprattutto ebrei americani convinti che una parte crescente del giornalismo occidentale abbia superato – e di gran lunga una soglia pericolosa nel modo in cui racconta Israele e gli israeliani.

La scintilla, come abbiamo già raccontato, è stata una colonna firmata da Nicholas Kristof, una delle firme più note del quotidiano newyorkese, dedicata alle presunte violenze sessuali sistematiche contro detenuti palestinesi nelle carceri israeliane. L’articolo ha provocato polemiche durissime quasi immediatamente, sia per la natura delle accuse sia per le fonti utilizzate. Alcuni esperti citati nelle contestazioni pubbliche hanno definito implausibile una delle affermazioni più scioccanti contenute nel pezzo, quella secondo cui soldati israeliani utilizzerebbero cani per stuprare detenuti palestinesi. Altri hanno accusato Kristof di essersi appoggiato a fonti legate ad ambienti estremisti anti-israeliani o già coinvolte in episodi di manipolazione e disinformazione.

La protesta davanti al New York Times nasce esattamente da qui. Dalla convinzione, ormai molto diffusa in una parte dell’ebraismo americano, che il confine fra critica politica a Israele e demonizzazione degli ebrei stia saltando sotto gli occhi di tutti. I cartelli mostrati a Manhattan parlavano chiaro. “L’antisionismo uccide gli ebrei”, “J’accuse” accanto al logo del giornale, con un riferimento esplicito all’affaire Dreyfus e alla lunga tradizione europea delle accuse costruite contro gli ebrei attraverso campagne mediatiche e politiche.

Fra gli organizzatori della manifestazione figuravano gruppi come End Jew Hatred, Stop Antizionism e Movement Against Antizionism, realtà nate o rafforzatesi dopo il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre 2023. Sono movimenti che rappresentano una trasformazione importante dentro la diaspora ebraica americana, soprattutto fra i più giovani. Per questi attivisti l’antisionismo contemporaneo non costituisce semplicemente una posizione politica sul Medio Oriente, ma una forma moderna di ostilità antiebraica che utilizza Israele come bersaglio simbolico.

Adam Louis-Klein, uno dei portavoce del Movement Against Antizionism, ha definito il pezzo di Kristof “il più bestializzante ritratto degli israeliani apparso finora nel dibattito pubblico americano”. La parola “bestializzazione” ritorna spesso nelle discussioni nate attorno all’articolo. Per molti manifestanti il problema non riguarda soltanto l’accuratezza giornalistica, ma il tipo di immaginario che certe accuse evocano. La rappresentazione degli ebrei come soggetti disumani, perversi o sadici appartiene infatti alla storia più cupa dell’antisemitismo europeo.

Molti partecipanti alla protesta hanno collegato il caso Kristof ad altri episodi che, secondo loro, avrebbero mostrato gravi falle nella copertura mediatica della guerra di Gaza. È stato ricordato il caso dell’ospedale Al Ahli, quando numerosi media internazionali attribuirono inizialmente a Israele un’esplosione poi risultata provocata da un razzo palestinese caduto all’interno della Striscia. Altri hanno citato la diffusione della falsa notizia sui “14 mila bambini morti di fame”, rilanciata da grandi organi di stampa internazionali prima di essere smentita.

Dentro questa protesta si percepisce una paura molto concreta. Diversi manifestanti hanno detto apertamente di temere che accuse sempre più estreme contro Israele possano trasformarsi in violenza contro gli ebrei della diaspora. Alcuni hanno ricordato l’uccisione dei due dipendenti dell’ambasciata israeliana a Washington e il clima di radicalizzazione crescente registrato nei campus universitari americani e nelle piazze occidentali dopo il 7 ottobre.

Particolarmente duro l’intervento di Naya Lekht, fondatrice di Stop Antizionism, che ha paragonato la circolazione di certe accuse alla propaganda antiebraica nella Germania degli anni Trenta. Un paragone estremo, destinato inevitabilmente a dividere, ma che racconta bene il livello di angoscia presente oggi in una parte del mondo ebraico americano.

Dal canto suo il New York Times ha difeso il lavoro di Kristof e ha reagito con fermezza anche alle minacce di azioni legali ventilate dal governo israeliano. Un portavoce del quotidiano ha accusato Netanyahu di voler delegittimare il giornalismo indipendente ogni volta che emergono reportage sgraditi al governo israeliano.

La distanza fra queste due letture appare sempre più difficile da colmare. Da una parte chi vede nel giornalismo investigativo sul conflitto una necessità democratica imprescindibile. Dall’altra chi ritiene che una parte dell’informazione occidentale stia ormai adottando nei confronti di Israele criteri emotivi, linguistici e morali che finiscono per alimentare odio antiebraico ben oltre il dibattito politico sul Medio Oriente.

Quando la manifestazione si è conclusa, i partecipanti hanno cantato “Hatikvah”, l’inno israeliano il cui titolo significa “La speranza”. Anche questo dettaglio racconta qualcosa del clima attuale. Sempre più ebrei americani sentono di dover difendere pubblicamente non soltanto Israele, ma la propria stessa legittimità dentro lo spazio occidentale.