Lo scontro tra Israele e il New York Times è esploso con una violenza rara perfino in un clima internazionale ormai avvelenato da mesi di guerra, accuse reciproche e campagne mediatiche incrociate. Il ministero degli Esteri israeliano ha definito “una delle peggiori calunnie antiebraiche apparse nella stampa moderna” l’inchiesta pubblicata dal quotidiano americano sui presunti abusi sessuali commessi da soldati israeliani contro detenuti palestinesi.
L’articolo, firmato dal noto columnist Nicholas Kristof e pubblicato l’11 maggio, raccoglie testimonianze di ex prigionieri palestinesi che accusano militari israeliani di violenze sessuali, torture e minacce all’interno delle strutture detentive. Secondo quanto riportato dal New York Times, alcune persone avrebbero rifiutato di testimoniare per paura di ritorsioni, mentre altri racconti riguarderebbero presunti abusi subiti anche da minori.
La reazione israeliana è stata immediata e durissima, soprattutto perché l’inchiesta è uscita poche ore prima della pubblicazione del rapporto “Silenced No More”, il dossier elaborato dalla Civil Commission on October 7 Crimes by Hamas Against Women and Children, che conclude dopo due anni di indagini che Hamas e altri gruppi armati palestinesi utilizzarono violenze sessuali sistematiche durante l’attacco del 7 ottobre e nella successiva prigionia degli ostaggi a Gaza. (Vedi l’articolo di Shira Navon ‘Rapporto sul 7 ottobre accusa Hamas di violenze sessuali sistematiche e pianificate’).
In un comunicato pubblicato sull’account francese del ministero degli Esteri, Israele accusa il New York Times di aver operato una “inversione sconvolgente della realtà”, trasformando Israele da vittima ad accusato proprio mentre emergevano nuove prove sulle violenze commesse contro cittadini israeliani. Il ministero sostiene inoltre che il quotidiano fosse stato informato dell’esistenza del rapporto e della sua imminente pubblicazione, ma avrebbe scelto di ignorarlo.
“Il New York Times ha scelto, alla vigilia della diffusione del rapporto, di pubblicare un attacco vergognoso contro Israele minimizzando i crimini sessuali commessi da Hamas”, si legge nella dichiarazione israeliana, secondo cui questa scelta “dice molto sull’agenda editoriale” del giornale americano.
La polemica arriva in un momento particolarmente delicato anche sul piano diplomatico. Israele teme infatti che le accuse internazionali sulle condizioni dei detenuti palestinesi e sulla condotta dell’esercito possano rafforzare le pressioni delle Nazioni Unite e delle organizzazioni per i diritti umani. Nel comunicato del ministero viene citata esplicitamente quella che Gerusalemme considera una campagna finalizzata a inserire Israele in liste nere o meccanismi di condanna internazionale promossi nell’ambito ONU.
Il New York Times, dal canto suo, difende l’inchiesta come lavoro giornalistico basato su testimonianze raccolte direttamente e verifiche indipendenti. Nicholas Kristof è uno dei commentatori più conosciuti del giornalismo americano e negli anni ha costruito gran parte della propria reputazione proprio sulle denunce di violazioni dei diritti umani e violenze di guerra in varie parti del mondo.
Dentro questa vicenda si intrecciano almeno due piani diversi. Il primo riguarda l’accertamento dei fatti, che richiederà indagini giudiziarie, verifiche indipendenti e probabilmente anni di lavoro. Il secondo riguarda invece la battaglia simbolica attorno alla legittimità morale del racconto pubblico della guerra. Israele ritiene che una parte crescente dei media occidentali abbia progressivamente smarrito le proporzioni del massacro del 7 ottobre, mentre molti osservatori internazionali accusano il governo israeliano di voler screditare automaticamente ogni denuncia sulle condizioni dei palestinesi detenuti.
Il risultato è un conflitto mediatico sempre più feroce, nel quale ogni rapporto, ogni testimonianza e ogni inchiesta diventano immediatamente terreno di scontro politico globale. E proprio questo rende la partita ancora più delicata, perché quando la guerra invade il linguaggio, perfino la ricerca della verità rischia di trasformarsi in un altro campo di battaglia.