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Gli Highly Suspect e la pornografia dell’odio

La band americana nominata ai Grammy pubblica una canzone in cui accusa gli israeliani di “uccidere e stuprare bambini in nome di Sion”

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
Gli Highly Suspect e la pornografia dell’odio

Quando una rock band con milioni di ascoltatori su Spotify canta che “stanno uccidendo i bambini in nome di Sion” e aggiunge che “li stuprano anche”, il problema supera di molto la provocazione musicale o la libertà artistica. Diventa un un pezzo della gigantesca macchina simbolica che negli ultimi anni ha trasformato Israele nel bersaglio ideale di ogni ossessione occidentale, fino al punto di attribuire allo Stato ebraico proprio i crimini che Hamas ha commesso il 7 ottobre 2023 contro civili israeliani.

Il gruppo americano Highly Suspect, band rock nata a Cape Cod, nel Massachusetts, ha pubblicato il singolo “Big Shop Of Horrors”, un brano che scarica interamente su Israele la responsabilità della violenza in Medio Oriente e usa immagini che evocano apertamente stereotipi antiebraici e accuse di sangue aggiornate al linguaggio della cultura pop contemporanea. Nel testo si parla di bambini uccisi “in nome di Sion”, di stupri, di “Torah digitali” utilizzate per manipolare le persone e di un sistema globale costruito sull’inganno.

La cosa impressionante non è soltanto il contenuto, già di per sé violentissimo. Colpisce soprattutto il rovesciamento morale che attraversa il brano. Gli autori attribuiscono infatti a Israele le violenze sessuali che il 7 ottobre furono documentate da testimonianze, immagini forensi, referti medici e rapporti internazionali sui massacri compiuti dai terroristi di Hamas nei kibbutz e durante il massacro del festival Nova. Negli ultimi mesi perfino le Nazioni Unite, attraverso il rapporto della rappresentante speciale Pramila Patten, hanno riconosciuto la credibilità delle accuse relative a stupri e torture sessuali durante l’attacco jihadista. Eppure dentro una parte crescente della cultura occidentale si sta imponendo un meccanismo perverso in cui l’aggressore sparisce e l’aggredito viene riscritto come incarnazione assoluta del male.

Highly Suspect non è un gruppo marginale confinato nei circuiti underground. La band, composta da Johnny Stevens, Rich Meyer, Ryan Meyer, Matt Kofos e Mark Schwartz, conta circa due milioni di ascoltatori mensili su Spotify ed è stata candidata ai Grammy Award per “Lydia”, “My Name Is Human” e l’album “Mister Asylum”. Questo rende la vicenda ancora più significativa, perché dimostra quanto certe immagini siano ormai penetrate nella cultura popolare senza incontrare quasi resistenze. Se vent’anni fa accusare gli ebrei di uccidere bambini avrebbe provocato uno scandalo immediato, oggi la stessa accusa può essere confezionata dentro un pezzo rock e circolare come espressione di sensibilità morale e impegno civile.

Il passaggio più furbo del testo arriva quando il cantante insiste due volte sul fatto che “questo non è politico”. È una formula ormai diffusissima nel linguaggio militante contemporaneo. Dichiarare che qualcosa “non è politico” serve infatti a presentarlo come verità morale assoluta, indiscutibile, quasi naturale. La propaganda smette così di apparire propaganda e assume la forma di una rivelazione etica davanti alla quale chiunque dissenta viene percepito come complice del male.

Dentro questa atmosfera prospera anche l’uso sempre più spregiudicato di simboli e riferimenti ebraici caricati di significati tossici. Le “Torah digitali” citate nella canzone ricordano vecchi immaginari cospirazionisti adattati al lessico tecnologico contemporaneo, mentre l’idea di un potere occulto che manipola il cervello collettivo attraverso sistemi invisibili appartiene da secoli al repertorio classico dell’antisemitismo europeo.

Il problema, a questo punto, non riguarda più soltanto una canzone o una band americana in cerca di attenzione. Riguarda il modo in cui una parte dell’Occidente sta lentamente normalizzando immagini che fino a pochi anni fa sarebbero state considerate intollerabili. E riguarda anche il silenzio di gran parte dell’industria culturale, che spesso reagisce con ferocia a qualunque frase giudicata offensiva verso altre minoranze, mentre davanti alla demonizzazione degli ebrei e di Israele preferisce voltarsi dall’altra parte.