Per tre giorni Toronto ospiterà una convention islamica che ufficialmente si presenta come un appuntamento religioso e comunitario dedicato alla solidarietà verso Gaza, ma che nella realtà sta sollevando interrogativi molto più profondi sul rapporto tra attivismo islamista, reti vicine ai Fratelli Musulmani e spazio pubblico occidentale. L’evento, organizzato dalla Muslim Association of Canada dal 16 al 18 maggio all’Enercare Centre, struttura pubblica di proprietà municipale, riunirà infatti una lunga serie di relatori che negli anni sono stati associati, direttamente o indirettamente, a organizzazioni finite sotto osservazione per estremismo, sostegno a Hamas o legami con l’universo ideologico della Fratellanza musulmana.
A rendere il caso particolarmente sensibile è il profilo di alcuni degli ospiti invitati. Tra i nomi più discussi compare Anas Altikriti, fondatore della Cordoba Foundation di Londra, organizzazione che gli Emirati Arabi Uniti hanno inserito già nel 2014 nella lista delle entità terroristiche. Altikriti viene considerato da diversi osservatori uno dei più influenti portavoce della Fratellanza musulmana nel Regno Unito e negli anni ha costruito rapporti stretti con figure di primo piano dell’universo politico vicino ad Hamas. La sua presenza pesa anche per dichiarazioni recenti, nelle quali ha negato le violenze del 7 ottobre e definito false le accuse di stupro rivolte ai terroristi di Hamas.
Accanto a lui ci sarà Ebrahim Rasool, ex ambasciatore sudafricano negli Stati Uniti espulso da Washington nel marzo 2025 dopo la decisione dell’amministrazione americana di dichiararlo persona non grata. Diversi centri di ricerca statunitensi hanno documentato negli anni i suoi rapporti con esponenti di Hamas, compresi incontri pubblici con Mohammed Nazzal, figura di rilievo del bureau politico dell’organizzazione palestinese.
Il programma dell’evento ruota quasi interamente attorno a Gaza e utilizza un linguaggio fortemente ideologico. Sessioni come “Come Gaza ha chiamato l’umanità all’Islam” oppure “Dalle macerie alla rinascita” mostrano chiaramente il tentativo di trasformare la guerra in una piattaforma identitaria globale, dove il conflitto mediorientale diventa strumento di mobilitazione religiosa e politica per l’intera ummah, la comunità islamica internazionale.
Anche altri relatori presenti hanno profili controversi. Khaled Hanafy, legato allo European Council for Fatwa and Research, organismo storicamente vicino alla Fratellanza musulmana europea, è stato associato in Germania a reti considerate favorevoli alla radicalizzazione islamista. Hussein Elkazzaz e Khaled Al-Qazzaz hanno invece ricoperto ruoli importanti durante il governo di Mohamed Morsi in Egitto, espressione politica della Fratellanza musulmana prima della sua caduta nel 2013.
Tra gli altri figura inoltre Siraj Wahhaj, imam statunitense che negli anni Novanta apparve in un elenco federale di possibili co-cospiratori nel processo legato all’attentato al World Trade Center del 1993. Wahhaj non fu mai incriminato, ma le sue dichiarazioni pubbliche successive agli attacchi e la sua vicinanza ad ambienti islamisti radicali continuano a renderlo una figura altamente divisiva.
Il quadro si complica ulteriormente osservando gli sponsor dell’iniziativa. Tra i principali sostenitori compare Islamic Relief Canada, affiliata alla rete internazionale Islamic Relief Worldwide, organizzazione che Israele e gli Emirati Arabi Uniti hanno accusato in passato di avere facilitato flussi finanziari diretti verso Hamas. Negli Stati Uniti, Islamic Relief USA è stata oggetto di verifiche parlamentari proprio per i rapporti con la struttura internazionale.
Il punto centrale della vicenda, tuttavia, va oltre il singolo congresso. Il Canada si trova sempre più spesso al centro di un dibattito sull’influenza delle reti islamiste nella società civile, nelle università e nelle organizzazioni comunitarie. Negli ultimi anni il Paese ha visto crescere episodi di antisemitismo, radicalizzazione online e tensioni legate alle manifestazioni pro-Gaza, mentre una parte delle istituzioni continua a trattare questi fenomeni con estrema cautela, temendo accuse di islamofobia o discriminazione.
La convention della Muslim Association of Canada rischia così di diventare qualcosa di più di un semplice raduno religioso. Per molti osservatori rappresenta il segnale di una strategia consolidata, quella di costruire legittimità pubblica attraverso linguaggi apparentemente moderati, eventi culturali e iniziative sociali dentro le quali trovano spazio figure che, altrove, sarebbero considerate troppo compromesse per parlare in una struttura pubblica occidentale.
Toronto, città che per decenni ha fatto della convivenza multiculturale il proprio marchio identitario, si ritrova ora davanti a una domanda scomoda. Fino a che punto l’apertura resta un valore quando rischia di trasformarsi in cecità verso ideologie che utilizzano proprio quella libertà per rafforzare reti politiche radicali?