In un’aula universitaria norvegese, davanti a studenti e colleghi, un docente prende la parola e trasforma un massacro in un elogio. Il 7 ottobre diventa, nelle sue parole, “la cosa più bella accaduta in questo secolo”. Non è una provocazione lanciata ai margini del dibattito pubblico, ma un intervento pronunciato in un contesto accademico, registrato e diffuso, che nel giro di poche ore esce dai confini della Norvegia e si impone come caso politico internazionale.
Il professore è Bassam Hussein, docente di ingegneria presso la Norwegian University of Science and Technology di Trondheim. Le immagini, rilanciate sui social, mostrano un intervento netto, privo di ambiguità, che ha immediatamente innescato una reazione a catena. L’ambasciata israeliana a Oslo ha parlato di dichiarazioni scioccanti, mentre il rappresentante diplomatico ad interim Eitan Halon ha usato un’espressione ancora più diretta, definendo quelle parole un caso evidente di apologia del terrorismo e chiedendo che a Hussein venga impedito di insegnare.
Il punto che colpisce non riguarda soltanto la gravità della frase, ma il contesto in cui nasce e prende forma. Non si tratta di uno sfogo isolato, perché Hussein è da tempo coinvolto in mobilitazioni pro-palestinesi all’interno del campus, dove ha partecipato a proteste e ha contribuito all’installazione di un accampamento per chiedere la sospensione delle collaborazioni accademiche con Israele. In quelle occasioni aveva già denunciato l’inerzia dell’università di fronte alla situazione a Gaza, richiamando anche la presenza di familiari nella Striscia. Questo retroterra aiuta a comprendere la continuità del suo discorso, anche se non ne attenua in alcun modo la portata.
La vicenda si inserisce in un quadro diplomatico già segnato da tensioni crescenti tra Oslo e Gerusalemme. La decisione del governo norvegese di riconoscere uno Stato palestinese ha aperto una frattura che negli ultimi mesi si è allargata, accompagnata da prese di posizione sempre più critiche nei confronti delle operazioni militari israeliane a Gaza. In questo clima, le parole di un docente universitario finiscono per assumere un peso politico che va ben oltre la dimensione accademica, perché toccano un nervo scoperto, quello della legittimazione o meno della violenza contro civili.
A rendere ancora più delicato il contesto contribuisce la scelta del fondo sovrano norvegese, uno dei più influenti al mondo, di disinvestire da diverse aziende legate al settore della difesa, incluse alcune israeliane e statunitensi. Una decisione che aveva già provocato reazioni dure da parte di Israele e che ora si intreccia con una polemica capace di alimentare ulteriormente la distanza tra i due paesi.
Resta sullo sfondo una domanda che riguarda l’Europa nel suo insieme e il ruolo delle università come luoghi di formazione e di responsabilità pubblica. Quando un docente arriva a definire un attacco contro civili come un evento positivo, il problema non si esaurisce nella libertà di espressione o nella biografia individuale, ma investe la capacità delle istituzioni di fissare un limite chiaro tra critica politica e giustificazione della violenza. In assenza di quel limite, il rischio è che il linguaggio perda ogni ancoraggio etico e che l’indignazione diventi selettiva, esposta alle convenienze del momento più che a principi condivisi.