I numeri, da soli, basterebbero a raccontare la gravità della situazione, ma ciò che emerge dal nuovo rapporto di B’nai Brith Canada va oltre la statistica e disegna un cambiamento più profondo, che riguarda il modo in cui l’antisemitismo si diffonde e si radica. Nel 2025 sono stati registrati 6.800 episodi, il dato più alto mai rilevato nel Paese, con una media di oltre diciotto casi al giorno, un ritmo che segnala non un picco momentaneo ma una trasformazione strutturale.
La crescita rispetto al 2024, quando gli episodi erano stati 6.219, è a dir poco angosciante. L’antisemitismo non appare più confinato a margini estremi o a contesti specifici, bensì si muove attraverso l’intero spazio sociale, assumendo forme diverse e adattandosi ai luoghi in cui trova meno resistenza. Il dato più evidente riguarda la dimensione digitale, dove si concentra il 92% degli episodi, pari a oltre 6.200 casi di molestie e intimidazioni online, un ambiente che consente diffusione rapida, anonimato e un effetto moltiplicatore difficile da contenere.
Accanto alla dimensione virtuale, resta una presenza concreta sul territorio. Il rapporto documenta dieci episodi di violenza fisica, quasi trecento atti di vandalismo e oltre duecento casi di molestie dirette. Non numeri isolati, ma segnali che attraversano città e contesti diversi, dalla profanazione del Memoriale dell’Olocausto a Ottawa agli attacchi contro sinagoghe a Halifax, fino alle scritte esplicite contro gli ebrei comparse su edifici universitari a Montréal. Episodi che si inseriscono in un clima dove il confine tra parola e azione si fa sempre più fragile.
Particolarmente preoccupante è, anche qui, la situazione nei campus universitari e nelle scuole, indicati nel rapporto come ambienti in cui studenti e docenti ebrei si sentono sempre più esposti. Qui l’antisemitismo si intreccia spesso con il linguaggio politico legato al Medio Oriente, ma secondo gli autori del rapporto il fenomeno ha ormai superato quel legame diretto e si è trasformato in qualcosa di più diffuso, capace di vivere anche indipendentemente dagli eventi internazionali.
La definizione utilizzata da B’nai Brith è volutamente forte. Si parla di una “metastasi” dell’antisemitismo e di una sua progressiva normalizzazione, due termini che descrivono non solo la crescita quantitativa ma anche la perdita di quella soglia di inaccettabilità che in passato isolava certi comportamenti. Quando un fenomeno entra nella quotidianità, smette di essere percepito come emergenza e diventa parte del paesaggio, ed è proprio questo passaggio che rende la situazione più difficile da affrontare.
Il contesto della sicurezza aggiunge un ulteriore livello di preoccupazione. Il rapporto ricorda come le autorità canadesi abbiano recentemente sventato un complotto terroristico ispirato allo Stato islamico, mentre alcuni leader comunitari avvertono che il rischio di attacchi più gravi contro obiettivi ebraici non può essere escluso. In un Paese che ospita una delle più grandi comunità ebraiche al mondo, il tema non riguarda soltanto una minoranza, ma la tenuta stessa dello spazio pubblico.
Le organizzazioni ebraiche chiedono una risposta coordinata che coinvolga governo federale, amministrazioni locali e forze dell’ordine, sottolineando che gli strumenti per intervenire esistono già ma non vengono utilizzati con sufficiente determinazione. Il messaggio è chiaro e non lascia molto spazio a interpretazioni: il problema è riconosciuto, i segnali sono evidenti, il tempo delle analisi sta finendo.
Resta da capire se la politica canadese saprà cogliere la portata di questo passaggio o se continuerà a trattarlo come una delle tante emergenze da gestire. Perché quando un fenomeno come l’antisemitismo smette di essere episodico e diventa sistemico, la domanda non è più quanto sia grave, ma quanto a lungo una società possa permettersi di conviverci senza pagarne il prezzo.
L’odio quotidiano. Antisemitismo in Canada, 6.800 episodi nel 2025