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NYC, la moglie di Mamdani: scuse tardive per i post pro-Hamas e anti-Israele

Dai tweet adolescenziali agli attacchi recenti dopo il 7 ottobre, il caso Dewaji riaccende lo scontro su antisemitismo, responsabilità pubblica e silenzi politici

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 3 min
NYC, la moglie di Mamdani: scuse tardive per i post pro-Hamas e anti-Israele

Una serie di vecchi post torna a galla, attraversa il dibattito pubblico americano e finisce per travolgere non solo chi li ha scritti, ma anche il cuore politico di New York, perché quando la moglie del sindaco è coinvolta in dichiarazioni che elogiano terroristi e negano violenze documentate, la questione smette di essere privata e diventa inevitabilmente istituzionale.

Al centro della polemica c’è Rama Duwaji, artista americana di origini siriane e moglie del sindaco Zohran Mamdani, che in un’intervista ha chiesto scusa per alcuni contenuti pubblicati da adolescente sui social, riconoscendo la gravità del linguaggio utilizzato e il dolore causato. Le sue parole sono nette sul piano formale, perché afferma di essersi vergognata e di non voler giustificare quei contenuti con l’età, ma arrivano in un contesto che rende difficile chiudere la vicenda con una semplice dichiarazione di rammarico.

I post tornati alla luce nelle ultime settimane, alcuni dei quali risalenti a più di dieci anni fa, contengono affermazioni che negano la legittimità stessa di Israele e definiscono i suoi cittadini come “occupanti”, oltre a esprimere apprezzamenti per figure legate al terrorismo palestinese. A questo si aggiungono contenuti più recenti, successivi al 7 ottobre, in cui Dewaji ha interagito con materiali che celebravano l’attacco di Hamas o mettevano in dubbio le violenze commesse, alimentando un livello di polemica che va ben oltre il tema dei post adolescenziali.

Il nodo, infatti, non riguarda soltanto ciò che è stato scritto anni fa, ma il modo in cui queste posizioni si intrecciano con il presente e con il ruolo pubblico che Dewaji occupa di fatto, anche se non formalmente elettivo. La linea difensiva del sindaco, che ha insistito sul fatto che la moglie sia una persona privata, si scontra con una realtà più complessa, perché la sua presenza nella vita pubblica della città, tra residenza ufficiale, eventi istituzionali e visibilità mediatica, la colloca inevitabilmente in una zona che non può essere considerata estranea alla responsabilità politica.

Le reazioni non si sono fatte attendere. Esponenti della comunità ebraica e figure politiche locali hanno criticato il silenzio del sindaco su alcuni aspetti della vicenda, sostenendo che una presa di distanza più chiara sarebbe stata necessaria per evitare ambiguità. Anche all’interno dell’amministrazione si sono registrate tensioni, in un clima già reso difficile da altri episodi legati a dichiarazioni controverse e da un aumento significativo degli atti antisemiti in città, segnalato dalle autorità locali negli ultimi mesi.

Il caso Dewaji si inserisce così in un contesto più ampio, in cui New York, storicamente uno dei principali centri della vita ebraica mondiale, si trova a fare i conti con un incremento delle tensioni e con un dibattito sempre più polarizzato sul conflitto israelo-palestinese. In questo scenario, ogni parola, ogni silenzio e ogni scelta comunicativa acquistano un peso che va oltre la singola vicenda personale.

Le scuse rappresentano un passaggio necessario, ma non sufficiente a chiudere la questione, perché lasciano aperto il tema centrale: dove finisce la sfera privata quando si è parte integrante del potere pubblico e quale grado di responsabilità si applica a chi, pur senza incarico ufficiale, contribuisce a definire l’immagine e la credibilità di un’amministrazione. È su questo terreno che si giocheranno le prossime settimane, in una città che osserva e giudica con crescente attenzione.


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