La protesta ha riempito le università e ha trovato eco nei media, ma si è infranta contro un dato politico netto: la petizione contro la cosiddetta legge Yadan è stata respinta dall’Assemblée nationale. La proposta, sostenuta da una parte della maggioranza presidenziale e da esponenti del centrodestra, nasceva con l’obiettivo di rafforzare il contrasto all’antisemitismo dopo l’impennata registrata nel Paese dal 7 ottobre, introducendo sanzioni più severe e includendo tra le fattispecie punibili anche alcune forme di antisionismo ritenute discriminatorie.
A opporsi sono stati in modo compatto i gruppi della sinistra radicale e una parte della sinistra accademica, che hanno denunciato il rischio di trasformare una posizione politica – anche dura – contro Israele in un reato penale, con conseguenze dirette sulla libertà di espressione nei campus e nello spazio pubblico.
Negli ultimi mesi la Francia ha visto moltiplicarsi episodi, segnalazioni e tensioni legate alla presenza di discorsi ostili agli studenti ebrei, in particolare all’interno di campus universitari dove il conflitto israelo-palestinese viene spesso tradotto in chiave identitaria e politica. Secondo dati diffusi dal ministero dell’Interno francese, gli atti antisemiti hanno registrato un’impennata dopo il 7 ottobre 2023, creando un clima che ha spinto governo e Parlamento a considerare strumenti più incisivi.
È in questo contesto che si inserisce la proposta contestata: per il governo e i suoi sostenitori si tratta di uno strumento necessario per arginare derive che colpiscono concretamente gli studenti ebrei; per i movimenti studenteschi, parte del mondo accademico e le opposizioni di sinistra, è invece una legge che confonde deliberatamente antisemitismo e antisionismo, restringendo il perimetro del dissenso legittimo. Il punto di rottura emerge proprio qui, perché ciò che una parte definisce impegno politico si traduce in realtà nella creazione di un ambiente ostile nei confronti degli studenti ebrei. Basterebbe leggere l’allarmante inchiesta che ha firmato la giornalista di Le Point, Noga Bussigny (“Les Nouveaux antisémites”, Albin Michel, 2025), che uscirà in Italia il prossimo ottobre per i tipi della nostra casa editrice Seferottobre, per farsene un’idea chiara e comprovata da mille e mille testimonianze allarmanti.
La petizione respinta non cancella la mobilitazione, che resta significativa per ampiezza e capacità di organizzazione, ma ne ridimensiona il peso sul piano decisionale, mostrando come il Parlamento non intenda arretrare. Anzi, il rigetto rafforza l’idea che la questione non sia più negoziabile nei termini proposti da chi ha promosso l’iniziativa, soprattutto in un clima in cui la sicurezza delle comunità ebraiche è tornata al centro dell’agenda politica nazionale.
Dentro le università si continua però a giocare una partita diversa, dove le categorie sono meno giuridiche e più ideologiche, e dove il linguaggio si radicalizza con una velocità che la politica fatica a seguire ma che allo stesso tempo non può ignorare. Il caso di Sciences Po, con le polemiche legate a episodi di esclusione e slogan contro studenti ebrei, ha reso visibile una tensione che non nasce oggi e che difficilmente si esaurirà con una decisione parlamentare.
La Francia si trova così davanti a un equilibrio instabile, nel quale la volontà di contrastare l’antisemitismo si intreccia con la gestione di uno spazio universitario sempre più politicizzato, dove il tema di Israele agisce da detonatore. Il rigetto della petizione non chiude il confronto, semmai lo sposta su un terreno ancora più duro, perché rende evidente che tra piazza e istituzioni il dialogo si sta trasformando in un confronto diretto.
Francia, antisemitismo e università. Scontro sulla petizione contro la legge Yadan