Non servono più svastiche né teste rasate. Il nuovo volto dell’estremismo di destra si muove dentro un’estetica curata, quasi banale, che si confonde con la moda quotidiana e proprio per questo diventa più difficile da riconoscere. Il cambiamento non è superficiale, riguarda il modo stesso in cui questi gruppi costruiscono identità, appartenenza e reclutamento.
Il caso più noto è quello del marchio Fred Perry, nato negli anni Cinquanta come simbolo sportivo e diventato, nel tempo, parte dell’immaginario di diverse sottoculture. La sua polo, adottata inizialmente dagli skinhead britannici, ha attraversato trasformazioni profonde. All’inizio quella scena non era legata al razzismo, era anzi un ambiente ibrido, influenzato anche dalla cultura caraibica. Poi qualcosa è cambiato. Negli anni Settanta e Ottanta gruppi di estrema destra hanno infiltrato quella cultura, portando dentro simboli, linguaggi e contenuti ideologici che ne hanno alterato il significato.
Quel processo di appropriazione non si è mai fermato. Decenni dopo, negli Stati Uniti, l’organizzazione Proud Boys ha trasformato una specifica polo nera con dettagli gialli in una sorta di uniforme informale. Il risultato è stato un cortocircuito evidente: un capo nato per lo sport e diventato iconico nella moda si è ritrovato associato a un movimento politico radicale. Il marchio ha reagito in modo netto, interrompendo la vendita di quel modello in Nord America e prendendo le distanze, ma il punto resta. Chi indossa un abito può cambiarne il significato, indipendentemente dalle intenzioni di chi lo produce.
Questo meccanismo è ormai sistematico. Non si tratta più di esibire simboli vietati o facilmente riconoscibili. Si costruisce invece un linguaggio visivo implicito, fatto di dettagli, riferimenti, numeri. Il codice più noto è quello dei numeri 88 e 14. L’88 richiama le iniziali HH, cioè “Heil Hitler”, mentre il 14 rimanda a uno slogan suprematista sulla sopravvivenza della “razza bianca”. Non sono segni immediatamente leggibili, ma funzionano perfettamente come marcatori interni.
Altri marchi vengono reinterpretati in modo ancora più sottile. Lonsdale è stato utilizzato in modo da rendere visibili solo alcune lettere del logo, suggerendo riferimenti al nazionalsocialismo. Stone Island è diventato parte dell’estetica hooligan e poi di ambienti di estrema destra europei, non per un messaggio esplicito ma per lo stile aggressivo e funzionale che trasmette. Persino marchi tecnici come Helly Hansen sono stati reinterpretati attraverso le loro iniziali, trasformate in allusione ideologica.
A questo punto si può dire che la moda diventa uno strumento doppio. Da un lato consente a chi aderisce a questi gruppi di riconoscersi, di sentirsi parte di una comunità. Dall’altro permette di passare inosservati nello spazio pubblico, evitando la stigmatizzazione immediata. È una strategia efficace, perché abbassa la soglia di ingresso. Non si entra in un gruppo estremista indossando un simbolo evidente, ma attraverso un’estetica che appare normale, perfino attraente.
Gli studiosi che si occupano di radicalizzazione sottolineano proprio questo passaggio. L’identità non si costruisce solo attraverso idee e discorsi, ma anche attraverso oggetti, segni, abitudini. Indossare un certo marchio diventa un modo per entrare in un circuito, per riconoscere altri simili, per sentirsi parte di qualcosa. È una dinamica che funziona soprattutto tra i più giovani.
Il problema, a questo punto, non riguarda i marchi. Le aziende possono prendere posizione, dissociarsi, modificare le proprie campagne, ma non possono controllare l’uso che viene fatto dei loro prodotti. Il nodo è culturale e politico. Quando l’estremismo riesce a presentarsi in una forma esteticamente accettabile, smette di apparire come tale. Si normalizza.
Ed è qui che sta il passaggio più pericoloso. Non perché una maglietta trasformi qualcuno in un estremista, ma perché rende più difficile riconoscere quando un’idea radicale sta entrando nello spazio pubblico. L’odio, quando si traveste da stile, diventa meno visibile. E proprio per questo, più efficace.
Neonazismo e moda, il linguaggio nascosto