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Germania intelligence e antisemitismo filopalestinese

Il rapporto dei servizi tedeschi che collega estremisti islamisti, ultrasinistra e ultradestra nella galassia anti-Israele

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 4 min
Germania intelligence e antisemitismo filopalestinese
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La Germania ha deciso di mettere nero su bianco qualcosa che in gran parte dell’Europa continua a essere raccontato con prudenza, ambiguità o paura lessicale. Nel nuovo materiale pubblicato dal Bundesamt für Verfassungsschutz, il BfV, cioè l’ufficio federale tedesco per la protezione della Costituzione e la sicurezza interna, il radicalismo filopalestinese viene descritto come un ambiente estremista composito che utilizza l’odio verso Israele e l’agitazione antiebraica come terreno di convergenza politica e ideologica.

Il documento, diffuso nel maggio 2026, fotografa una realtà che le autorità tedesche osservano da mesi soprattutto a Berlino, dove dopo il 7 ottobre 2023 le manifestazioni legate alla guerra di Gaza hanno prodotto scontri, aggressioni, devastazioni e un’escalation di slogan apertamente eliminazionisti. Per il BfV il problema non riguarda soltanto singoli episodi violenti, ma la nascita di una rete trasversale capace di saldare ambienti diversi attraverso una radicalizzazione anti-israeliana sempre più aggressiva.

Il rapporto individua simboli, gruppi, modalità operative e linguaggi ricorrenti. Alcuni elementi colpiscono più di altri, perché mostrano come segni apparentemente innocui o banalizzati nel dibattito pubblico europeo vengano invece interpretati dall’intelligence tedesca come marcatori estremisti.

Tra questi compare la celebre frase “From the river to the sea – Palestine will be free”, che secondo il BfV, quando utilizzata nel contesto di sostegno o legittimazione delle azioni di Hamas, rappresenta una richiesta implicita di eliminazione dello Stato di Israele. La stessa interpretazione viene applicata alle mappe che cancellano Israele sostituendolo integralmente con la Palestina, alle immagini del cocomero che riproducono il territorio israeliano nei colori palestinesi e perfino al triangolo rosso usato da Hamas nei video di propaganda per indicare i bersagli degli attacchi.

Il rapporto dedica ampio spazio anche ad Handala, il personaggio creato nel 1969 dal vignettista palestinese Naji al-Ali e diventato negli anni un simbolo della “resistenza” palestinese. Secondo i servizi tedeschi il suo utilizzo, in determinati contesti militanti, assume una valenza politica radicale legata alla negazione dell’esistenza di Israele.

Molto pesante è poi il capitolo dedicato alle organizzazioni attive in Germania. Il BfV segnala la presenza di ambienti riconducibili al Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, il PFLP, organizzazione terroristica inserita dall’Unione Europea nella lista nera dal 2002. Il rapporto ricorda che militanti del PFLP parteciparono al dirottamento del volo Lufthansa Landshut nel 1977 e sostiene che persone vicine a quell’ambiente continuino oggi ad avere un ruolo nell’organizzazione delle manifestazioni anti-israeliane, soprattutto nella capitale tedesca.

Nel documento compare anche Samidoun, la rete internazionale che Berlino ha vietato nel novembre 2023 dopo le celebrazioni pubbliche del massacro di Hamas. Secondo l’intelligence tedesca il gruppo avrebbe utilizzato cortei, campagne online e mobilitazione sociale per fare reclutamento, diffondere propaganda e sostenere organizzazioni terroristiche come Hamas, il PFLP e il gruppo turco DHKP-C.
Un altro passaggio delicato riguarda il movimento BDS, la campagna internazionale di boicottaggio contro Israele. Il BfV sostiene che gruppi collegati al BDS abbiano diffuso contenuti antisemiti e partecipato alle mobilitazioni radicali successive al 7 ottobre. In alcuni casi, scrive il rapporto, le autorità tedesche considerano queste realtà come iniziative estremiste accertate.

Il dato forse più inquietante riguarda però la trasformazione dei social network in moltiplicatori di radicalizzazione. Secondo il BfV figure prive di appartenenze organizzative ufficiali riescono oggi a mobilitare migliaia di persone attraverso TikTok, Instagram e Telegram, diffondendo messaggi d’odio, incitamento alla violenza e contenuti che alimentano disponibilità allo scontro fisico.

La Germania, che per ragioni storiche possiede una sensibilità particolare rispetto all’antisemitismo, sembra avere compreso prima di altri Paesi europei che una parte del radicalismo filopalestinese contemporaneo non si limita alla critica delle politiche israeliane. Nel rapporto emerge con chiarezza la convinzione che l’ostilità verso Israele venga usata come piattaforma ideologica capace di unificare mondi politici differenti e di costruire un fronte estremista trasversale.

È un passaggio che rischia di avere conseguenze politiche importanti anche fuori dalla Germania, perché costringe l’Europa a confrontarsi con una domanda sempre più difficile da eludere. Dove finisce la protesta politica e dove inizia un estremismo che utilizza il conflitto mediorientale per alimentare antisemitismo, radicalizzazione e violenza?