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Da Amsterdam a Nuova Delhi, l’umiliazione che ritorna contro gli ebrei

La miniserie su Etty Hillesum e la vicenda di un’israeliana cacciata da un B&B in India raccontano quanto l’antisemitismo continui a cambiare forma senza perdere il suo veleno

Nicoletta Tiliacos

Tempo di Lettura: 3 min
Da Amsterdam a Nuova Delhi, l’umiliazione che ritorna contro gli ebrei
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Una marea di persone pedala lentamente lungo i canali di Amsterdam. Vanno tutte nella stessa direzione, serie e silenziose, come a un funerale. Agli ebrei olandesi è stato vietato l’uso della bicicletta e chi tra di loro ne possiede una deve portarla a un deposito, perché sia distrutta. L’ammasso gigantesco di rottami è l’anticipo delle cataste di occhiali, di scarpe, di oggetti personali che vedremo poi, all’apertura dei lager, nelle terribili foto dei liberatori.

Il funerale delle biciclette apre il quarto episodio di “Etty”, la miniserie di Hagai Levi (lo stesso regista di “In Treatment”) presentata in anteprima qualche giorno fa a Roma e ispirata ai diari di Etty Hillesum, la giovane ebrea olandese uccisa ad Auschwitz nel 1943, dopo che aveva rinunciato a salvarsi per rimanere vicina ai genitori e al fratello. In un’altra scena, Etty entra in una farmacia e viene apostrofata da un uomo in fila, che la riconosce come ebrea e le chiede se è sicura di poter stare lì. Lei prova a resistere, poi esce, sopraffatta dall’umiliazione. Dice proprio così, che niente l’aveva più umiliata in tutta la sua vita.

La stessa parola, umiliazione, la pronuncia con le lacrime agli occhi una mia cara amica, mentre mi racconta quello che le è accaduto qualche settimana fa a Nuova Delhi. Lei è israeliana e da quarant’anni si divide tra l’Italia, dove vive per lunghi periodi, Israele e l’oriente, di cui ama la gente, i paesaggi, la cultura. L’India, in particolare, è la sua meta del cuore, e da quarant’anni il piccolo ed elegante B&B di sei stanze a poca distanza dalla Tomba di Humayun che la accoglie ogni volta a Nuova Delhi è per lei un luogo di famiglia, in senso letterale. Lei è sempre lei, ma stavolta succede che, appena salita in camera, le arriva una telefonata: “Hai un’ora di tempo per andare via”. Il passaporto israeliano, stella gialla dei nostri tempi, la condanna alla cacciata. Lei, racconta, non è riuscita nemmeno a protestare, tanto è forte “l’umiliazione”, tanto violenta sente la folata di odio che le arriva da coloro che considerava, più che amici, fratelli. Prende le sue cose e se ne va.

Doveva reagire? E come? La persona con cui ho visto al cinema “Etty” mi chiede, alla fine, perché gli ebrei non si siano ribellati. Più di ottant’anni separano due storie che si mescolano nella mia testa. Molto diverse, molto simili, perché il veleno dell’antisemitismo è identico. A essere cambiata è solo una cosa. Una, ma importantissima. Gli ebrei oggi si ribellano e combattono per garantirsi libertà e vita in un paese che si chiama Israele. La storia di dolore e umiliazione di Etty è finita in una camera a gas ad Auschwitz. La storia della mia amica cacciata dall’alberghetto antisemita di Nuova Delhi continua. Am Yisrael Chai.