Home > In evidenza > Germania, jihad e antisemitismo: un 17enne voleva “uccidere più ebrei possibile”

Germania, jihad e antisemitismo: un 17enne voleva “uccidere più ebrei possibile”

L’attacco a Essen riaccende l’allarme sulla radicalizzazione giovanile in Europa

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
Germania, jihad e antisemitismo: un 17enne voleva “uccidere più ebrei possibile”

Un ragazzo kossovaro di diciassette anni entra in una scuola armato di coltello, aggredisce un bidello, poi accoltella un’insegnante, cerca una sinagoga, non trova ebrei e colpisce uno sconosciuto alle spalle, mentre nella sua testa prende forma un progetto ancora più ampio: uccidere il maggior numero possibile di ebrei. Non è un racconto costruito per scuotere, è la sequenza che emerge dall’indagine della procura federale tedesca sull’attacco avvenuto a Essen, ed è difficile ignorarne il significato in un’Europa che continua a sottovalutare la traiettoria che porta dalla radicalizzazione all’azione violenta.

Il giovane, identificato come Erjon S., è stato incriminato per tre tentati omicidi oltre che per aggressione e resistenza a pubblico ufficiale, in un procedimento che è passato sotto la competenza federale proprio per il sospetto di un movente legato al terrorismo jihadista. Secondo gli inquirenti, aveva maturato la decisione di colpire quelli che considerava “infedeli”, con un obiettivo dichiarato che aggiunge un elemento ulteriore e preciso: gli ebrei come bersaglio finale.

La dinamica ricostruita mostra un percorso che non nasce nel momento dell’attacco ma che si prepara nel tempo, tra convinzioni ideologiche e scelta di obiettivi concreti. Prima il bidello, aggredito con spray urticante e pugni, poi l’insegnante colpita più volte con un coltello nella parte superiore del corpo, quindi il tentativo di raggiungere la vecchia sinagoga di Essen, visitata in due occasioni senza trovare persone da colpire, fino alla decisione di accoltellare uno sconosciuto incontrato per strada. Tutte le vittime sono sopravvissute, ma le ferite riportate raccontano quanto il passaggio all’azione fosse già pienamente compiuto.

L’episodio si chiude con un elemento che gli investigatori leggono come parte dello stesso schema, perché il ragazzo avrebbe cercato deliberatamente lo scontro con la polizia, correndo verso gli agenti con il coltello in mano per essere colpito e ottenere una morte che rientrasse nella logica del martirio. Gli spari lo hanno ferito al volto e ne hanno impedito il suicidio, ma il quadro che emerge resta quello di un percorso di radicalizzazione già arrivato a un punto di non ritorno.

Quello che colpisce non è soltanto la violenza degli atti, ma la chiarezza dell’obiettivo dichiarato e la giovane età dell’autore, elementi che si inseriscono in una tendenza più ampia che le autorità europee osservano da tempo, con casi di radicalizzazione sempre più precoci e con un uso della violenza che non ha bisogno di strutture complesse per manifestarsi. Basta un coltello, una convinzione assoluta e la decisione di agire.

L’attacco di Essen si colloca dentro un contesto nel quale gli episodi contro obiettivi ebraici si moltiplicano, spesso preceduti da un clima che legittima verbalmente l’ostilità e che finisce per offrire un terreno fertile a chi è disposto a fare il passo successivo. In Germania, dove la memoria storica dovrebbe funzionare da argine, la comparsa di casi come questo segnala una fragilità che riguarda non solo la sicurezza, ma anche la capacità di riconoscere per tempo i segnali di una deriva che, quando diventa visibile, ha già prodotto conseguenze concrete.

Il procedimento giudiziario chiarirà responsabilità e dettagli, però la sequenza dei fatti è già sufficiente a indicare una direzione precisa. L’odio non resta confinato nelle parole quando trova qualcuno disposto a trasformarlo in azione, e a quel punto la distanza tra un’idea e un coltello diventa molto più breve di quanto si sia disposti ad ammettere.


Germania, jihad e antisemitismo: un 17enne voleva “uccidere più ebrei possibile”