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Washington, la corsa a sindaco accende lo scontro su Israele e divide la comunità ebraica

La candidata socialista Janeese Lewis George guida i sondaggi ma le sue posizioni su sionismo, Gaza e aiuti a Israele aprono una frattura politica nella capitale americana

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 3 min
Washington, la corsa a sindaco accende lo scontro su Israele e divide la comunità ebraica

A Washington la battaglia per il municipio si sta trasformando in qualcosa di molto più grande di una competizione amministrativa, perché la candidatura di Janeese Lewis George sta portando al centro del dibattito cittadino una questione che fino a pochi anni fa sarebbe rimasta confinata alla politica estera, mentre oggi entra con forza nelle dinamiche elettorali locali e finisce per ridefinire identità, alleanze e linee di frattura.

La consigliera del distretto 4, trentasette anni, formazione da procuratrice e un profilo politico costruito dentro le tensioni sociali della capitale, è diventata in pochi mesi la favorita nella corsa democratica grazie a un mix di radicamento territoriale e agenda progressista che intercetta una parte crescente dell’elettorato urbano, soprattutto giovane, sindacalizzato e sensibile ai temi della giustizia sociale. La sua traiettoria politica, iniziata con campagne concentrate su trasporti, alloggi pubblici e diritti dei lavoratori, ha però subito una torsione evidente quando ha deciso di assumere posizioni esplicite su Israele, arrivando a firmare un impegno a non partecipare a eventi che promuovono il sionismo e a sostenere una linea di netto distacco dagli aiuti militari ed economici a Gerusalemme.

Questo passaggio ha segnato una svolta che ha immediatamente polarizzato il confronto, perché nella capitale federale ogni presa di posizione su Israele assume un valore simbolico che va ben oltre il perimetro municipale, e infatti le reazioni non si sono fatte attendere. Organizzazioni come il Jewish Community Relations Council hanno parlato di un impegno che rischia di escludere una parte della cittadinanza dalla vita pubblica, mentre altri gruppi ebraici più progressisti, come Jews United for Justice, hanno invece scelto di sostenerla, riconoscendole attenzione verso temi sociali rilevanti anche per la comunità.

Il nodo resta politico prima ancora che identitario, perché Lewis George ha legato le sue posizioni su Israele a una visione più ampia che interpreta i conflitti internazionali attraverso categorie di disuguaglianza e responsabilità del potere, una chiave di lettura che le consente di parlare a una base elettorale che vede nella questione palestinese un’estensione delle battaglie interne per i diritti civili. Quando utilizza il termine genocidio per descrivere quanto accade a Gaza, lo fa dentro questo schema, assumendosi il rischio di una frattura con settori storicamente influenti della città.

Il confronto con il suo principale rivale, il consigliere Kenyan McDuffie, si gioca proprio su questo terreno, perché lui prova a rappresentare un equilibrio più tradizionale del Partito Democratico, sottolineando la necessità di evitare dichiarazioni che possano trasformarsi in linee di esclusione e rivendicando un approccio inclusivo che tenga insieme le diverse anime della città. La partita si deciderà nelle primarie di giugno, che a Washington equivalgono di fatto all’elezione, dato il peso marginale dei repubblicani.

Intanto la candidata continua a raccogliere consenso e finanziamenti, sostenuta da una rete organizzativa che include i Democratic Socialists of America e diversi sindacati, mentre il suo profilo pubblico si muove tra due immagini che convivono senza fondersi del tutto, da un lato quella della politica cresciuta nei quartieri più difficili, capace di parlare la lingua della vita quotidiana, dall’altro quella della leader che non arretra su posizioni ideologiche forti anche quando producono tensioni evidenti.

Washington si trova così davanti a un passaggio che potrebbe anticipare dinamiche più ampie, perché la possibilità che una grande città americana venga guidata da una figura che mette apertamente in discussione il rapporto con Israele segnala un cambiamento culturale che attraversa una parte significativa della sinistra statunitense, e che sembra destinato a incidere anche oltre i confini della capitale.


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