Quando Gianni Infantino, presidente della FIFA (Federazione Internazionale di Calcio), ha posato la mano sul braccio di Jibril Rajoub e con un gesto lo ha invitato ad avvicinarsi a Basim Sheikh Suliman, vicepresidente della Federcalcio israeliana, Rajoub si è tirato indietro, ha lasciato il palco e ha voltato le spalle a quella che avrebbe dovuto essere una stretta di mano simbolica davanti alle delegazioni di tutto il mondo, momento immortalato dalle agenzie fotografiche internazionali e rimbalzato immediatamente sui social media.
Il presidente della Palestine Football Association ha spiegato le ragioni del suo rifiuto senza lasciare margine a interpretazioni: Suliman era lì, a suo avviso, per rappresentare un governo che definisce criminale, e una foto sorridente avrebbe contraddetto ogni parola pronunciata nel suo intervento precedente, in cui aveva chiesto con forza che la FIFA sanzionasse Israele per la presenza di club israeliani nei territori occupati della Cisgiordania. Susan Shalabi, vicepresidente della PFA presente in sala, ha dichiarato ai microfoni di Reuters di non poter stringere la mano a qualcuno portato lì, sempre a suo avviso, per coprire quello che ha chiamato genocidio, aggiungendo che la sofferenza palestinese meritava ben altro che una foto di circostanza sul palco di un congresso sportivo. Israele ha fermamente respinto l’accusa di genocidio a Gaza.
Suliman è una figura che incarna una complessità tutta sua: è un cittadino arabo-israeliano, il che rende il rifiuto di Rajoub ancora più carico di significati politici, perché la sua presenza sul palco non era evidentemente casuale ma calibrata per rendere più difficile alla parte palestinese giustificare un rifiuto al dialogo senza apparire contraddittoria agli occhi dell’opinione pubblica internazionale.
Infantino ha tentato di ricucire con la consueta formula diplomatica, invitando entrambi a lavorare insieme per dare speranza ai bambini e liquidando la situazione con un “sono questioni complesse” che a molti è parso insufficiente. Rajoub, a margine del Congresso, ha detto di rispettare il tentativo del presidente FIFA di fare da mediatore, aggiungendo però che forse Infantino non comprende fino in fondo la profondità della sofferenza palestinese. Shalabi ha rincalzato osservando che mettere Rajoub nella condizione di stringere una mano subito dopo un discorso articolato sui diritti delle federazioni associate equivaleva a svuotare di senso l’intero intervento, a trattare parole pronunciate davanti al Congresso come se fossero soltanto un’esibizione retorica destinata a evaporare non appena qualcuno avesse prodotto l’immagine pacificatrice giusta.
La settimana precedente la PFA aveva fatto ricorso al Tribunale Arbitrale dello Sport contro la decisione della FIFA di non sanzionare Israele per i club con sede in Cisgiordania, territorio che i palestinesi rivendicano come parte di un futuro Stato. FIFA aveva dichiarato che non avrebbe preso provvedimenti contro la IFA o i club israeliani, citando lo status giuridico irrisolto della Cisgiordania nel diritto internazionale pubblico, una risposta che i palestinesi considerano un’elusione travestita da prudenza legale e che solleva una domanda legittima: se FIFA può sanzionare federazioni per questioni di governance interna, perché la presenza di club negli insediamenti occupa una zona grigia che l’organizzazione si rifiuta di esplorare?
All’uscita dal Vancouver Convention Center, Rajoub e Shalabi si sono trovati davanti a un gruppo di manifestanti che chiedeva però tutt’altro: volevano che FIFA bandisse l’Iran dal Mondiale, sostenendo che la nazionale rappresentasse i Pasdaran, le Guardie della Rivoluzione Islamica. Uno di loro ha chiesto direttamente a Rajoub se questo lo convincesse a sostenere i Pasdaran, al che il presidente palestinese ha risposto di non sostenere nessuno, volendo soltanto il sostegno della comunità internazionale per la causa palestinese. La scena ha aggiunto un ulteriore strato di paradosso a una giornata già carica di tensioni simboliche, con i palestinesi accusati di solidarizzare con Teheran mentre cercavano sanzioni sportive contro Israele, in un intreccio in cui ogni gesto viene politicizzato e riletto secondo chiavi precostituite.
Quello che è accaduto a Vancouver rivela quanto FIFA si trovi in una posizione sempre più difficile: vuole mantenere un’immagine di universalità e di spazio al di sopra delle parti, ma il conflitto israelo-palestinese non si lascia addomesticare da una stretta di mano fotografata davanti a uno striscione con il logo dell’organizzazione. Rajoub ha preferito la coerenza con la propria presa di posizione politica all’immagine televisiva che Infantino sperava di consegnare al mondo come prova che il calcio può, almeno in apparenza, superare ogni divisione. Quella stretta di mano mancata resterà probabilmente come il momento più emblematico di questo Congresso, non perché abbia cambiato qualcosa, ma perché ha reso visibile con brutale chiarezza quanto poco sia cambiato.