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L’equivoco della Resistenza e l’album di famiglia del campo largo

La festa celebra la Liberazione, non la lotta partigiana. Entrambe oggi piegate allo squadrismo antiebraico

Giorgio Berruto

Tempo di Lettura: 4 min
L’equivoco della Resistenza e l’album di famiglia del campo largo

A qualche giorno dalle ennesime prevaricazioni e violenze che costituiscono ormai da tempo la cifra più rilevante del 25 aprile, vale la pena riflettere su un equivoco di fondo che altera il senso storico e impoverisce il significato civile di questa data così importante. Pur semplice, la questione spesso viene persa di vista: la festa nazionale celebra la Liberazione dell’Italia dal nazifascismo, non la Resistenza in quanto tale.

La Resistenza è stata una pagina alta della nostra storia, scritta da migliaia di uomini e donne che scelsero di opporsi al fascismo e all’occupazione tedesca, pagando spesso con la vita. Il loro contributo fu decisivo sul piano morale e politico: restituì dignità a un Paese aggressore sconfitto che veniva da vent’anni di dittatura liberticida, offrì un nucleo di legittimazione alla futura democrazia, indicò una via di riscatto. Sul piano strettamente militare il peso della lotta partigiana fu invece molto limitato.

La Resistenza fu una spina nel fianco per i tedeschi, certo, ma non tale da determinare in alcuna fase lo spostamento significativo di risorse dal fronte principale (che già era a sua volta secondario rispetto ad altri fronti, come quello russo e poi, dopo lo sbarco in Normandia, quello francese). Contro i partigiani operarono poco nutriti reparti tedeschi di seconda linea, spesso ritenuti inadatti per il combattimento al fronte, affiancati da più numerose forze fasciste e milizie della RSI.

Sul fatto che la Liberazione fu il risultato dell’avanzata degli eserciti alleati tutti gli storici concordano. Senza lo sbarco in Sicilia, la campagna d’Italia e il crollo militare del Terzo Reich il 25 aprile non ci sarebbe stato. Anche se inoppugnabile, questa verità storica è sovente rimossa.

ppure una celebrazione onesta dovrebbe partire da qui: ricordare che la libertà riconquistata fu resa possibile innanzitutto da chi venne da fuori a combattere e morire in Italia. Tradotto simbolicamente, vorrebbe dire vedere sfilare in primo piano le bandiere americane e britanniche.

Se il 25 aprile diventa il contrario di tutto questo, se smette di essere la festa della Liberazione per trasformarsi in un palcoscenico deformato, allora perde la sua ragion d’essere. Ma questo non è un rischio: è già avvenuto da almeno dieci anni e continua ad avvenire, ogni anno di più. E allora, forse, meglio abolire il 25 aprile che consegnarlo ai tifosi degli assassini di ieri e di oggi, quelli degli ebrei “saponette mancate”, della Brigata ebraica “fuori dal corteo”, dei vessilli di terroristi e regimi criminali purché antioccidentali. Poiché abbiamo dimostrato di non essere capaci di conservare il 25 aprile, meglio abolirlo. Non perché ricorrenza marginale, ma proprio perché fondamento vero della libertà repubblicana che non è giusto lasciare insozzare.

La spia del malessere è ancora una volta l’odio verso quei canarini nella miniera che sono gli ebrei. La tolleranza, quando non la complicità, verso manifestazioni esplicite di odio antiebraico all’interno delle celebrazioni del 25 aprile non è dovuta a minoranze fanatiche rumorose, che pure esistono ed esercitano in tal senso un ruolo trainante, ma alla politica dell’Anpi e di gran parte dell’associazionismo e dei partiti di sinistra.

esa però anche il comportamento delle istituzioni, la cui reazione è stata assente o flebile. Il silenzio del Presidente della Repubblica, la scelta delle forze dell’ordine di seguire la via più facile e ingiusta – assecondando di fatto le pressioni dei gruppi più aggressivi fino a chiedere l’allontanamento della Brigata ebraica a Milano – il basso profilo della maggioranza (con alcune lodevoli eccezioni): tutto ciò segnala una rinuncia a difendere apertamente chi è stato aggredito e un’aperta violazione dell’articolo 3 della Costituzione, che sancisce l’uguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge. Con la Brigata ebraica gli squadristi rossi, oggi eredi di quelli neri, hanno aggredito l’idea stessa di Liberazione.

Questo 25 aprile è andato come tutti sapevamo già alla vigilia: male. Poteva andare peggio? Certo, se ci fosse scappato il morto. Resta una fotografia nitida di un problema più ampio. Nel cosiddetto campo largo il collante dell’odio antiebraico è sintomo di quel malessere profondo e intrinsecamente antidemocratico che è il populismo. Le immagini delle piazze piene di bandiere di regimi e movimenti che incarnano violenza e oppressione, mentre quelle dei liberatori e di chi oggi combatte per la libertà dall’Ucraina al Medio Oriente vengono contestate, calpestate o bruciate – con l’assenso e spesso il plauso degli organizzatori – non sono un incidente di percorso. Sono l’album di famiglia del campo largo.


L’equivoco della Resistenza e l’album di famiglia del campo largo