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TikTok, antisemitismo e Cina, l’accusa choc contro Pechino sulla guerra digitale contro l’Occidente

Un’inchiesta rilancia il sospetto che il P.C. cinese sfrutti le campagne anti-Israele per delegittimare gli USA, manipolare il dibattito online e colpire i critici del regime

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 4 min
TikTok, antisemitismo e Cina, l’accusa choc contro Pechino sulla guerra digitale contro l’Occidente

Dietro migliaia di post antisionisti, slogan virali e teorie del complotto che invadono TikTok, X e altre piattaforme social potrebbe esserci qualcosa di più vasto della semplice rabbia ideologica esplosa dopo il 7 ottobre. Secondo una nuova puntata di China Uncensored, popolare canale americano specializzato nell’analisi del Partito comunista cinese, Pechino starebbe sfruttando l’ondata globale di ostilità verso Israele per colpire indirettamente gli Stati Uniti, delegittimare la politica estera americana e screditare chi denuncia l’influenza del regime cinese in Occidente.

L’episodio, condotto da Chris Chappell, parte da un dato apparentemente curioso. China Uncensored si occupa quasi esclusivamente di Cina, repressione interna, cybersicurezza e attività del Partito comunista cinese, eppure dopo il massacro compiuto da Hamas il 7 ottobre i commenti contro il canale hanno iniziato a riempirsi di accuse ossessive. “Siete sionisti”, “lavorate per Israele”, “propaganda ebraica”. Secondo Chappell, una parte consistente di questi account presentava caratteristiche tipiche delle campagne coordinate online, con messaggi ripetuti, profili anonimi e diffusione simultanea degli stessi slogan.

La tesi del video non sostiene che la Cina abbia inventato l’antisemitismo o il sentimento anti-israeliano diffuso oggi in molte università e sui social occidentali. Il punto è diverso e, per certi versi, più inquietante. Pechino trarrebbe vantaggio dal trasformare Israele nel simbolo assoluto del male geopolitico, perché in questo modo l’attenzione americana si allontana dalla Cina e si concentra su un nemico percepito come interno o manipolatore della politica statunitense. Dentro questo schema proliferano le teorie secondo cui Israele o presunte lobby ebraiche controllerebbero Washington, i media e perfino le elezioni americane.

Una parte centrale dell’inchiesta riguarda TikTok, piattaforma controllata dalla cinese ByteDance e già da tempo sotto osservazione negli Stati Uniti per questioni legate alla sicurezza nazionale. Viene citato un rapporto del Network Contagion Research Institute del dicembre 2023 che confrontava la diffusione di hashtag politici fra TikTok e Instagram. Secondo lo studio, i contenuti filo-israeliani risultavano fortemente sottorappresentati su TikTok rispetto a Instagram, mentre hashtag vicini agli interessi strategici cinesi, come quelli legati all’indipendentismo del Kashmir, ricevevano una visibilità enormemente superiore.

Lo studio non prova una manipolazione diretta dell’algoritmo da parte del governo cinese, ma conclude che esiste una “forte possibilità” che alcuni contenuti vengano amplificati o penalizzati in base alla loro utilità per gli interessi geopolitici di Pechino. Una conclusione che si intreccia con un’inchiesta del Wall Street Journal, secondo cui account registrati come appartenenti a tredicenni ricevevano in tempi rapidissimi video estremi e altamente polarizzati sulla guerra fra Israele e Hamas.

L’articolo collega poi questo ecosistema digitale alla radicalizzazione di parte delle proteste universitarie americane. Viene citato Neville Roy Singham, imprenditore americano residente a Shanghai, accusato da parlamentari statunitensi di avere finanziato gruppi attivissimi nelle mobilitazioni pro-palestinesi attraverso una rete di fondazioni e organizzazioni legate alla galassia filocinese. Fra queste compare The People’s Forum, struttura che secondo i repubblicani della Commissione Ways and Means della Camera avrebbe giustificato l’attacco di Hamas già nelle ore immediatamente successive al massacro.

Anche i media statali cinesi sono finiti sotto osservazione. Freedom House ha documentato la diffusione su CCTV di contenuti apertamente antisemiti, compresa l’affermazione secondo cui gli ebrei controllerebbero il 70 per cento della ricchezza americana. Altri organi vicini a Pechino hanno accusato Israele di crimini di guerra utilizzando immagini provenienti da conflitti differenti, mentre editoriali del China Daily descrivevano Washington come il principale responsabile dell’instabilità mediorientale.

Secondo l’Institute for National Security Studies israeliano, il vero obiettivo strategico della Cina non sarebbe Israele in sé. Israele diventerebbe piuttosto uno strumento utile a indebolire la fiducia degli americani nelle proprie istituzioni, convincendoli che il loro sistema politico sia controllato da interessi occulti e che il ruolo globale degli Stati Uniti sia ormai moralmente screditato. In questa guerra d’influenza permanente, l’antisemitismo online finisce così per diventare un’arma geopolitica perfettamente funzionale agli interessi di Pechino.