Home > Attualità > UE. Pronta la stretta contro Israele

UE. Pronta la stretta contro Israele

Da Bruxelles ai governi nazionali cresce la pressione politica contro lo Stato ebraico mentre Francia, Svezia e Spagna chiedono misure punitive sui prodotti provenienti da Giudea-Samaria, Golan e Gerusalemme Est

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
UE. Pronta la stretta contro Israele

Israele arriva al Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea di lunedì prossimo in una posizione molto più fragile rispetto anche soltanto a poche settimane fa, perché a Bruxelles sta maturando un cambio di clima che rischia di trasformarsi in un salto politico concreto e pesante sul piano economico e diplomatico. Sul tavolo dei ministri degli Esteri europei finirà infatti un pacchetto di misure punitive sostenuto soprattutto da Francia e Svezia, con il sostegno attivo di Spagna, Irlanda e Slovenia, mentre nelle cancellerie israeliane cresce la convinzione che questa volta il rischio di un voto favorevole sia reale.

La misura più importante riguarda l’introduzione di nuovi dazi doganali sui prodotti provenienti da Giudea-Samaria, dal Golan e da Gerusalemme Est, attraverso la sospensione dei benefici tariffari previsti dall’accordo di associazione tra Unione Europea e Israele. Tradotto in termini pratici, significa un aumento dei prezzi che potrebbe oscillare tra il 20 e il 30 per cento per merci esportate verso il mercato europeo, colpendo direttamente alcuni settori simbolici dell’economia israeliana, dalle coltivazioni della valle del Giordano ai vini del Golan, fino ai cosmetici del Mar Morto.

A Bruxelles insistono sul fatto che non si tratterebbe formalmente di “sanzioni”, bensì della revoca di agevolazioni commerciali. Una distinzione giuridica che però cambia poco nella sostanza politica, perché il messaggio rivolto a Gerusalemme sarebbe chiarissimo e segnerebbe il passaggio da una lunga stagione di proteste verbali a un livello superiore di pressione economica.

Dietro questa accelerazione europea si intrecciano diversi fattori che negli ultimi mesi hanno alimentato irritazione e ostilità nei confronti del governo Netanyahu. Diplomatici europei citano apertamente l’espansione degli insediamenti in Giudea-Samaria, le violenze compiute da alcuni estremisti israeliani contro palestinesi, il progetto di introduzione della pena di morte per terroristi e una serie di episodi che hanno provocato forte indignazione soprattutto nel mondo cattolico europeo. Tra questi viene ricordata l’aggressione a una religiosa francese nei pressi della tomba di David e il caso del Patriarca latino di Gerusalemme ostacolato nell’accesso alla Basilica del Santo Sepolcro durante le tensioni legate alla guerra con l’Iran. In Italia, dove la sensibilità verso i luoghi santi cristiani resta altissima anche a livello istituzionale, quell’episodio avrebbe lasciato strascichi molto pesanti.

Ed è proprio Roma il punto che oggi preoccupa maggiormente Israele. Per settimane il governo italiano, insieme alla Germania e all’Ungheria di Viktor Orbán, aveva frenato le iniziative più dure contro Gerusalemme. Adesso però il quadro sembra cambiato. Secondo fonti diplomatiche circolate negli ambienti europei, l’Italia avrebbe assunto posizioni molto meno protettive rispetto al passato e questo spostamento potrebbe risultare decisivo, perché il voto richiede una maggioranza qualificata e non l’unanimità dei ventisette Paesi membri.
Israele guarda quindi soprattutto a Berlino, diventata di fatto l’ultima vera linea di difesa politica dentro l’Unione Europea. Non a caso il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar si è precipitato in Germania per incontri urgenti nel tentativo di evitare che anche il governo tedesco scelga di allinearsi alla nuova maggioranza europea.

Nel frattempo si sta consumando anche il ridimensionamento dell’influenza ungherese a Bruxelles. Per anni Viktor Orbán aveva bloccato sistematicamente qualunque iniziativa sanzionatoria contro Israele usando il veto di Budapest. Dopo la sua sconfitta elettorale, però, il nuovo premier designato Péter Magyar sembra intenzionato a ricucire i rapporti con le istituzioni europee anche attraverso concessioni politiche molto concrete, compresa la possibilità di smantellare il vecchio scudo diplomatico garantito a Israele.
Dentro questo clima si inserisce anche la richiesta di sanzioni personali contro Itamar Ben Gvir e Bezalel Smotrich, accusati da diversi governi europei di alimentare tensioni e radicalizzazione. Finora quelle misure erano rimaste bloccate proprio dal veto ungherese. Adesso, nelle cancellerie europee, molti considerano quel veto ormai un ricordo del passato.

Il segnale più esplicito è arrivato dall’ambasciatore dell’Unione Europea in Israele, Michael Mann, che durante una conferenza pubblica organizzata dalla Fondazione Berl Katznelson ha dichiarato che la crescita degli insediamenti rappresenta “una linea rossa” e che Bruxelles è pronta a usare “tutti gli strumenti disponibili”, comprese ulteriori sanzioni. Parole che a Gerusalemme vengono interpretate come un avvertimento politico ormai vicino a trasformarsi in atti concreti.