Israele sta accelerando la costruzione di una fabbrica destinata alla produzione di droni FPV (“First Person View”), inclusi modelli guidati tramite fibra ottica, nel tentativo di rafforzare rapidamente le proprie capacità operative dopo i crescenti attacchi subiti nel Libano meridionale da parte di Hezbollah. I droni FPV sono piccoli velivoli telecomandati che trasmettono in tempo reale le immagini viste dalla telecamera di bordo direttamente all’operatore, quasi come se quest’ultimo fosse seduto dentro il drone stesso. Nati inizialmente per uso civile e per le gare tra droni, negli ultimi anni sono stati trasformati in armi a basso costo ma estremamente efficaci: possono trasportare esplosivi, colpire bersagli con grande precisione e manovrare rapidamente anche in spazi stretti o a bassa quota.
La decisione israeliana arriva in un momento in cui questa categoria di munizioni vaganti sta trasformando il campo di battaglia moderno, come già visto nella guerra tra Ucraina e Russia. La nuova struttura sarà gestita direttamente dall’apparato tecnologico e logistico delle forze armate e servirà a industrializzare la produzione di droni suicidi FPV destinati ai diversi fronti operativi. L’obiettivo è ampliare in modo significativo l’arsenale disponibile, aumentare la rapidità di impiego sul campo e garantire una produzione molto più ampia rispetto a quella attuale.
Negli ultimi mesi i vertici militari israeliani hanno compreso di essere rimasti indietro rispetto a Hezbollah nell’utilizzo di questa tecnologia. Il gruppo filo-iraniano ha intensificato gli attacchi con droni FPV man mano che le operazioni terrestri israeliane si sono spinte più in profondità nel Libano meridionale, sfruttando piattaforme veloci, difficili da intercettare e in grado di colpire mezzi blindati, postazioni e personale con elevata precisione. Si tratta di sistemi relativamente semplici ma altamente manovrabili, diventati ormai una delle armi principali nei conflitti contemporanei.
Uno dei problemi principali emersi riguarda la dipendenza da componenti cinesi. Sebbene in Israele esistano già produttori di droni FPV, molte parti elettroniche e sistemi di controllo arrivano infatti dalla Cina, generando preoccupazioni sia sul piano della sicurezza sia su quello della continuità della catena di approvvigionamento. Per questo motivo le autorità militari israeliane hanno deciso di riportare la produzione completamente all’interno della filiera nazionale, utilizzando esclusivamente componentistica prodotta in Israele. La strategia punta ad aumentare la produzione, abbassare i costi e ridurre la vulnerabilità legata alle importazioni.
Le prime forniture su larga scala dovrebbero iniziare a partire da luglio. In una fase iniziale le stime parlano di circa mille droni al mese, ma il piano prevede una crescita molto più ampia, fino a raggiungere decine di migliaia di unità. Per uno degli eserciti tecnologicamente più avanzati al mondo, e in un Paese che non ha subito devastazioni industriali come quelle dell’Ucraina, l’espansione produttiva non rappresenta un ostacolo insormontabile. Il confronto con il conflitto ucraino mostra però quanto la guerra moderna si stia spostando verso una produzione quasi industriale di sistemi a basso costo: sia Kiev sia Mosca puntano ormai a produzioni nell’ordine di milioni di droni FPV.
Per Israele, però, produrre più droni è solo una parte del problema. Le forze armate sono state criticate internamente per aver reagito con lentezza alla diffusione di queste armi, nonostante i segnali fossero già evidenti nel 2024 e nonostante le lezioni emerse dal fronte ucraino. A complicare ulteriormente il quadro c’è l’uso crescente, da parte di Hezbollah, di droni controllati tramite cavi in fibra ottica. Questa soluzione consente di aggirare molte delle contromisure elettroniche tradizionali: i segnali non vengono trasmessi via radio e risultano quindi molto più difficili da disturbare attraverso sistemi di guerra elettronica. Inoltre la connessione via fibra riduce anche i problemi legati al terreno e agli ostacoli geografici che spesso interrompono il collegamento diretto tra operatore e drone.
Il problema viene ormai considerato una vera emergenza operativa. I droni guidati tramite fibra ottica stanno mettendo in crisi molti sistemi tradizionali di disturbo elettronico, normalmente utilizzati contro i velivoli controllati via radio. Per questo il ministero della Difesa israeliano, aziende del settore e startup tecnologiche stanno lavorando a nuove contromisure. Di conseguenza cresce anche il valore strategico delle società specializzate nella difesa anti-drone. Ad esempio, la startup israeliana D-Fend Solutions, attiva nei sistemi di intercettazione e neutralizzazione di droni ostili, starebbe valutando una vendita con una valorizzazione vicina al miliardo di dollari, segnale di quanto il mercato legato alla guerra contro i droni sia ormai diventato centrale anche sul piano industriale e finanziario.
Nel breve periodo, la priorità resta ridurre le perdite sul campo. Una delle soluzioni più immediate è stata l’installazione di reti protettive sui veicoli militari. L’idea è intrappolare il drone nelle maglie della rete prima dell’impatto oppure costringerlo a esplodere a una distanza sufficiente da ridurre gli effetti letali sull’equipaggio.
Si lavora anche all’adattamento dei sistemi di protezione attiva già presenti su carri armati e veicoli blindati. Sistemi come Iron Fist, progettati originariamente per intercettare razzi anticarro e missili in arrivo, vengono ora studiati per contrastare anche i droni FPV. Questi apparati utilizzano sensori per individuare la minaccia e sparano contromisure prima che il bersaglio raggiunga il mezzo. Israele è considerato uno dei pionieri mondiali nei sistemi APS (Active Protection System), ma resta ancora da capire quanto rapidamente le piattaforme esistenti potranno essere aggiornate per affrontare sciami di piccoli droni rapidi e a bassissima quota. Rimane inoltre il problema dei mezzi più leggeri, spesso privi di qualsiasi protezione attiva.
Le forze armate israeliane stanno inoltre sviluppando altre contromisure: sistemi di rilevamento più sofisticati, sensori dedicati e persino droni intercettori progettati appositamente per abbattere gli FPV nemici in volo. L’obiettivo è costruire una difesa multilivello contro una minaccia che, nel giro di pochi anni, ha cambiato radicalmente il modo di combattere.
Israele non è comunque l’unico Paese impegnato in questa corsa tecnologica. Gli Stati Uniti, ad esempio, hanno già subito attacchi con droni FPV contro le proprie basi in Iraq e stanno aumentando gli investimenti nel settore, addestrando le proprie truppe a operare in scenari saturati da piccoli droni d’attacco. Ma considerando il livello avanzato dell’industria militare e il ruolo centrale che il Paese occupa nello sviluppo di tecnologie belliche esportate in tutto il mondo, l’evoluzione dei programmi anti-FPV israeliani sarà osservata con grande attenzione anche da altre potenze militari.