Dietro la guerra che continua nella Striscia di Gaza e dietro le trattative infinite su tregue, ostaggi e corridoi umanitari, si sta aprendo un’altra partita meno visibile ma decisiva per il futuro politico dell’enclave palestinese. Stiamo parlando di denaro, o meglio, di miliardi di shekel destinati all’Autorità palestinese e congelati da anni da Israele. Secondo diverse fonti citate da Reuters, l’amministrazione Trump starebbe valutando di utilizzare almeno in parte per finanziare il progetto di ricostruzione e di amministrazione postbellica di Gaza.
La questione è assai delicata perché tocca contemporaneamente sicurezza israeliana, sopravvivenza economica dell’Autorità Palestinese, futuro politico di Gaza e credibilità del piano americano per il dopoguerra. Sul tavolo ci sarebbero circa 14 miliardi di shekel (quasi 4 miliardi di euro) di entrate fiscali palestinesi che Israele trattiene o ritarda da anni sostenendo che una parte di quei fondi finisca indirettamente nelle mani di terroristi o delle loro famiglie attraverso il controverso sistema dei cosiddetti “martyrs payments”, i sussidi versati ai detenuti palestinesi e ai parenti degli attentatori.
Israele raccoglie per conto dell’Autorità Palestinese le imposte doganali e fiscali sulle merci importate nei territori palestinesi, secondo gli accordi economici firmati negli anni Novanta. In teoria quei soldi dovrebbero essere trasferiti regolarmente a Ramallah per pagare stipendi pubblici, servizi e funzionamento dell’amministrazione palestinese. In pratica, negli ultimi anni, i governi israeliani hanno progressivamente bloccato o decurtato una parte dei trasferimenti accusando l’Autorità Palestinese di continuare a incentivare il terrorismo attraverso il sostegno economico ai detenuti coinvolti in attentati e alle famiglie dei terroristi uccisi.
Adesso gli Stati Uniti starebbero cercando di trasformare almeno una parte di quel denaro in leva politica per Gaza. Secondo le indiscrezioni emerse, una quota dei fondi potrebbe essere trasferita a un futuro organismo tecnocratico o governo di transizione incaricato di amministrare la Striscia nel dopoguerra, mentre il resto verrebbe gradualmente restituito all’Autorità Palestinese a condizione che Ramallah avvii riforme considerate credibili da Washington e da Israele.
Il problema è che il cosiddetto piano Trump per Gaza è praticamente paralizzato. Hamas continua a rifiutare il disarmo e accusa Israele di non avere rispettato le condizioni umanitarie previste dalle prime fasi dei negoziati. Dall’altra parte Israele considera impossibile qualsiasi ricostruzione seria della Striscia senza la rimozione dell’apparato militare e politico di Hamas. In mezzo si muovono gli Stati Uniti, le monarchie del Golfo e vari attori internazionali che cercano di immaginare un’amministrazione post-Hamas senza sapere davvero chi potrà controllare il territorio.
Dentro questo scenario il nodo economico diventa ovviamente centrale. Gaza è devastata, le infrastrutture sono in gran parte distrutte e le stime internazionali parlano ormai di costi di ricostruzione che potrebbero superare i 70 miliardi di dollari. Nessuno sembra disposto a investire cifre simili senza garanzie minime sulla sicurezza e sulla governance futura della Striscia.
Un rappresentante del cosiddetto Consiglio per la Pace di Gaza, sempre citato da Reuters, ha dichiarato che “i soldi fermi in banca non faranno progredire il piano del presidente”. Una frase che spiega bene il ragionamento americano. Per Washington il denaro palestinese congelato potrebbe diventare uno strumento per costruire un nuovo equilibrio amministrativo a Gaza e forse anche per indebolire ulteriormente Hamas favorendo strutture tecnocratiche sostenute dall’esterno.
Resta però una domanda enorme, probabilmente la più importante di tutte. Chi controllerà davvero quei fondi? Israele teme che qualsiasi flusso economico finisca per rafforzare indirettamente Hamas o reti legate al terrorismo. Molti palestinesi, al contrario, vedono il congelamento dei trasferimenti come una punizione collettiva che ha aggravato il collasso economico della Cisgiordania già colpita dalla drastica riduzione dei lavoratori autorizzati a entrare in Israele dopo il 7 ottobre.
Anche perché la crisi dell’Autorità Palestinese è ormai profondissima. Ramallah fatica a pagare stipendi, servizi e apparato amministrativo, mentre la sua legittimità politica appare sempre più fragile sia davanti alla popolazione palestinese sia agli interlocutori internazionali. Washington continua formalmente a considerarla il soggetto più adatto a tornare a governare Gaza in una fase postbellica, ma molti osservatori ritengono che l’Autorità Palestinese, nelle condizioni attuali, abbia pochissima capacità reale di controllare la Striscia.
La sensazione è che gli Stati Uniti stiano cercando disperatamente di costruire una struttura politica e finanziaria per il “giorno dopo” senza avere ancora trovato il vero problema di fondo. Finché Hamas resterà armata e finché nessuno riuscirà a imporre un’autorità stabile dentro Gaza, ogni progetto di ricostruzione rischierà di trasformarsi nell’ennesima montagna di denaro inghiottita dal conflitto.