Islamabad si prepara ad accogliere un nuovo round di negoziati tra Stati Uniti e Iran mentre le strade della capitale vengono svuotate per ragioni di sicurezza e i negozi abbassano le serrande per giorni, un contrasto che dice più di qualsiasi dichiarazione ufficiale la distanza tra il prestigio internazionale conquistato dal Pakistan e la realtà quotidiana dei suoi cittadini. Nel giro di un anno, un Paese che non riconosce Israele ed è esso stesso una potenza nucleare è riuscito a ritagliarsi un ruolo centrale nella diplomazia globale, diventando il principale intermediario tra Washington e Teheran grazie a una strategia costruita con lucidità attorno allo stile politico di Donald Trump.
Il cambiamento non era affatto scontato, soprattutto se si guarda al punto di partenza, segnato dalle accuse pesanti lanciate dallo stesso Trump durante il suo primo mandato, quando definì il Pakistan un partner inaffidabile, capace soltanto di fornire “bugie e inganni”. Da allora, la leadership pakistana ha lavorato su un piano preciso, individuando nella personalizzazione dei rapporti e nella concretezza delle offerte il modo più efficace per rientrare nel gioco. Mushahid Hussain Syed, ex presidente della commissione Difesa del Senato, ha sintetizzato questa linea parlando delle “tre C” offerte a Washington: criptovalute, minerali critici e cooperazione antiterrorismo.
I risultati sono arrivati in sequenza, a partire dalla collaborazione nell’individuazione di uno dei responsabili dell’attentato contro i soldati americani durante il ritiro da Kabul nel 2021, passando per un accordo sull’estrazione di risorse strategiche e fino all’intesa con una società legata all’universo delle criptovalute della famiglia Trump. Parallelamente, Islamabad ha costruito un rapporto politico fatto di riconoscimenti pubblici e sostegno simbolico, arrivando a proporre il presidente americano per il Nobel per la Pace e ad aderire al cosiddetto “consiglio per la pace” promosso dalla sua amministrazione.
Questa strategia ha prodotto un effetto immediato sul piano dell’immagine e della credibilità internazionale. Trump ha definito il capo dell’esercito pakistano Asim Munir “il mio feldmaresciallo preferito”, una formula che fotografa il livello di accesso conquistato da Islamabad nei confronti della Casa Bianca. In questo contesto, il Pakistan si presenta come un facilitatore capace di mantenere canali aperti con entrambe le parti, sfruttando il proprio status di potenza nucleare e una posizione geopolitica che lo colloca al crocevia di crisi regionali decisive.
Resta sullo sfondo un elemento che continua a pesare, cioè l’assenza di relazioni ufficiali con Israele, attore centrale nello scontro con l’Iran. Alcune figure dell’establishment pakistano liquidano la questione sostenendo che il vero interlocutore sia Washington e che eventuali accordi verrebbero comunque imposti anche a Gerusalemme, una lettura che riflette un’impostazione ideologica ancora radicata e che contribuisce a complicare ulteriormente il quadro.
Mentre i media pakistani celebrano quella che definiscono una “diplomazia vibrante”, con toni spesso enfatici, la realtà economica del Paese racconta un’altra storia. La valuta ha perso valore, il costo della vita è aumentato in modo significativo e il governo ha dovuto fare ricorso a prestiti e aiuti da parte di Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti per contenere la crisi. La guerra in Iran ha aggravato la situazione, soprattutto perché oltre il novanta per cento delle importazioni energetiche passa dallo Stretto di Hormuz, la cui chiusura parziale ha costretto Islamabad ad aumentare i prezzi del carburante e a utilizzare riserve già sotto pressione.
Anche il quadro della sicurezza resta fragile. Dopo l’uccisione di Ali Khamenei all’inizio del conflitto, diverse città pakistane sono state attraversate da scontri violenti, con morti e feriti, mentre a Karachi una folla ha preso d’assalto il consolato americano. Episodi che segnalano quanto il coinvolgimento indiretto del Paese nelle tensioni regionali possa avere conseguenze immediate sul piano interno.
Le voci raccolte a Islamabad restituiscono una percezione diffusa di inquietudine. L’orgoglio per il ruolo internazionale si mescola alla preoccupazione per l’aumento dei prezzi e per un’economia che fatica a sostenere la popolazione. Chi lavora nei quartieri popolari parla di un disagio che supera ogni misura abituale, mentre le misure di sicurezza legate ai negoziati finiscono per incidere ulteriormente sulle attività quotidiane.
Secondo analisti come Joshua White, già consigliere per l’Asia meridionale alla Casa Bianca, il Pakistan ha dimostrato una notevole capacità di adattamento allo stile diplomatico di Trump, che privilegia relazioni personali e accordi diretti, tuttavia questa abilità non si traduce automaticamente in benefici per la società. Le intese economiche annunciate, in particolare quelle legate ai minerali e alle criptovalute, vengono guardate con scetticismo e in alcuni casi considerate poco più che operazioni di facciata.
Il risultato è un Paese sospeso tra ambizione globale e fragilità interna, capace di sedersi al tavolo delle grandi trattative mentre fatica a garantire stabilità economica ai propri cittadini. In questo equilibrio instabile si misura il vero significato del ruolo conquistato da Islamabad, perché la capacità di mediazione internazionale rischia di restare un successo incompiuto se non sarà accompagnata da un miglioramento tangibile delle condizioni di vita all’interno del Paese.
Pakistan mediatore tra Stati Uniti e Iran: come Islamabad ha conquistato Trump