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Libano dopo il cessate il fuoco, tra rabbia, paura e divisioni

Tra accuse a Hezbollah, diffidenza verso Israele e sfiducia nel governo, la società libanese si frantuma mentre cresce il rischio di instabilità

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 5 min
Libano dopo il cessate il fuoco, tra rabbia, paura e divisioni

Le voci si accavallano nelle strade di Beirut, nei negozi, nei campi improvvisati dove si ammassano gli sfollati, e raccontano tutte la stessa cosa con parole diverse: il cessate il fuoco ha fermato le bombe, ma non ha riportato equilibrio né fiducia, lasciando al loro posto una tensione diffusa che si insinua nelle conversazioni quotidiane e trasforma ogni discussione in uno scontro politico e identitario. È il quadro che emerge da un reportage pubblicato da Ynet e Yedioth Ahronoth, firmato da Nicolas Motran dalla capitale libanese.

Nelle ore successive all’annuncio della tregua, le famiglie hanno iniziato a tornare nei sobborghi meridionali della capitale, soprattutto nella Dahiya, roccaforte di Hezbollah, trovando quartieri devastati e servizi inesistenti, mentre altri hanno scelto di restare nei rifugi improvvisati nel centro città, dove il costo della vita è diventato insostenibile e gli affitti hanno raggiunto cifre che pochi possono permettersi. In questo scenario, la linea che separa il fronte esterno da quello interno si assottiglia fino quasi a scomparire, perché il conflitto si sposta dentro le case, nelle relazioni, nelle comunità.

Una discussione tra una residente del sud del Libano e un commerciante nel cuore di Beirut restituisce meglio di qualsiasi analisi la profondità della frattura. Lei racconta che suo figlio è stato curato in un ospedale da campo in Israele, descrivendo medici attenti e presenti, lui reagisce con ostilità e rifiuto, incapace di accettare una testimonianza che contraddice la sua visione del nemico. Lo scambio si accende, diventa personale, fino a interrompersi bruscamente, lasciando sul tavolo una verità scomoda: la guerra ha prodotto esperienze che non trovano più un linguaggio comune.

Poco distante, un’altra discussione mette a confronto una donna sciita e un cittadino maronita. Lei esprime delusione verso Hezbollah, accusandolo di aver tradito le promesse, lui sposta il bersaglio sul presidente Michel Aoun, ritenuto troppo allineato agli Stati Uniti e a Israele. Ogni responsabilità viene rimbalzata da un interlocutore all’altro, mentre la crisi economica continua a stringere. I negozi faticano a rifornirsi, il denaro circola sempre meno, e la rete di solidarietà familiare, tradizionalmente forte in Libano, mostra segni di cedimento sotto il peso degli sfollamenti e della povertà crescente.

Nadia, che raccoglie donazioni per acquistare generi alimentari, racconta una realtà ancora più segmentata, dove anche l’assistenza si distribuisce lungo linee comunitarie. Suo marito difende Hezbollah, sostenendo che stia facendo il possibile per aiutare, ma lei precisa che il sostegno raggiunge soprattutto gli sciiti, lasciando scoperte altre fasce della popolazione. Questa percezione alimenta risentimenti sotterranei, che si sommano a tensioni già radicate nella storia recente del Paese.

Nei campi improvvisati, la frustrazione assume toni più crudi. Issa, sfollato con la famiglia, descrive un viaggio segnato da rifiuti e minacce, prima nel nord del Paese e poi di nuovo a Beirut, dove si è ritrovato in una tendopoli sovraffollata. Le sue parole oscillano tra il desiderio di vendetta e una richiesta elementare di tregua duratura, che non implica riconciliazione né apertura, ma soltanto distanza. Chiede che nessuno attraversi più il confine, che il fuoco si spenga da entrambe le parti e che la vita possa riprendere senza intrusioni esterne. È una forma di stanchezza politica che non si traduce in progetto, ma in rifiuto.

Sul piano istituzionale, il margine di manovra appare ristretto. Hezbollah alza i toni contro qualsiasi ipotesi di dialogo diretto o indiretto con Israele, mentre figure come Nabih Berri mantengono una posizione più sfumata, aperta a contatti limitati ma contraria a sviluppi che possano essere interpretati come normalizzazione. Il presidente Aoun si muove dentro questo equilibrio fragile, consapevole che ogni gesto potrebbe essere letto come una concessione e scatenare reazioni a catena in un sistema già instabile.

Intanto, tra intellettuali e accademici emergono letture divergenti. Alcuni vedono nei tentativi di mediazione internazionale un’opportunità, altri parlano apertamente di complotti e manipolazioni. L’idea di una riconciliazione con Israele resta confinata a discussioni informali, spesso nate all’estero durante periodi di studio, e difficilmente traducibili in politica concreta dentro il Libano di oggi.

La sensazione diffusa, che attraversa le testimonianze raccolte da Ynet e Yedioth Ahronoth, è quella di un Paese sospeso, che ha evitato per ora un’escalation ma non ha risolto nessuna delle sue contraddizioni. Il rischio di una nuova frattura interna, evocato da molti interlocutori, non viene più percepito come un’ipotesi remota. In questo contesto, la richiesta più semplice, quella di essere lasciati in pace, assume un peso particolare perché rivela l’assenza di fiducia in qualsiasi attore, interno o esterno, capace di garantire stabilità.

Beirut continua a vivere, come ha sempre fatto, tra adattamento e tensione, ma il dopo cessate il fuoco ha aperto una fase in cui la domanda centrale non riguarda più solo il rapporto con Israele o con Hezbollah, bensì la possibilità stessa di ricostruire un terreno comune su cui immaginare il futuro. Per ora, quel terreno resta frammentato.


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