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Senato USA, armi a Israele: l’85% dei democratici vota contro

Le risoluzioni di Sanders falliscono, ma il sostegno interno al partito segna una svolta che potrebbe ridisegnare i rapporti tra Washington e Israele

Alessandro Carmi

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Senato USA, armi a Israele: l’85% dei democratici vota contro

Il Senato respinge il blocco delle forniture militari a Israele, ma il vero risultato si misura altrove, dentro il Partito democratico, dove una maggioranza schiacciante si schiera per fermare la vendita di armi, aprendo una frattura che fino a pochi anni fa sarebbe stata impensabile e che oggi invece appare sempre più strutturale.

Le due risoluzioni promosse da Bernie Sanders non passano, come previsto, ma raccolgono un consenso che cambia il quadro politico. Quaranta senatori democratici su quarantasette votano per bloccare una fornitura di bulldozer da 295 milioni di dollari, mentre trentasei sostengono lo stop alla vendita di bombe da 1.000 libbre per un valore di 152 milioni. Il risultato finale premia la linea tradizionale, sostenuta dalla maggioranza repubblicana, ma il dato politico resta e pesa.

Per decenni il sostegno a Israele ha rappresentato uno dei pochi terreni realmente bipartisan nella politica americana. Oggi questo schema si incrina sotto la pressione di una base elettorale sempre più critica verso le operazioni militari israeliane a Gaza, in Libano e nel contesto più ampio dello scontro con l’Iran. Sanders lo dice apertamente, sostenendo che gli Stati Uniti debbano utilizzare il proprio peso economico e militare per influenzare le scelte del governo israeliano, mentre dall’altra parte si ribadisce che Israele resta un alleato strategico da sostenere.

La novità non riguarda solo i numeri, ma i nomi. Tra i senatori che per la prima volta votano contro le forniture militari compaiono figure considerate moderate e tradizionalmente vicine a Israele, oltre a diversi possibili candidati presidenziali per il 2028. Il voto di Mark Kelly segna un passaggio emblematico, perché arriva dopo anni di posizioni più allineate alla linea classica del partito e viene motivato con una critica esplicita alle scelte dell’attuale leadership israeliana.

Anche all’interno della comunità ebraica americana il quadro si fa più complesso. Alcuni senatori ebrei votano per bloccare le forniture, rivendicando una distinzione tra sostegno allo Stato di Israele e giudizio sull’operato del governo guidato da Benjamin Netanyahu. È una distinzione che circola da tempo nel dibattito pubblico, ma che ora entra con forza nelle dinamiche istituzionali.

Sul fronte opposto, i repubblicani leggono questo cambiamento come un rischio strategico. Il timore espresso da diversi esponenti è che segnali di divisione possano essere interpretati dai nemici regionali di Israele come un indebolimento dell’alleanza con Washington, soprattutto in un momento in cui il confronto con l’Iran resta aperto e ad alta intensità.

La Casa Bianca, che in questa fase ha accelerato alcune forniture militari invocando condizioni di emergenza, si trova così a gestire una tensione interna crescente, dove la politica estera si intreccia con dinamiche elettorali e trasformazioni profonde dell’elettorato democratico. Le proteste davanti agli uffici di alcuni senatori e gli arresti registrati nei giorni precedenti al voto mostrano come il tema sia ormai entrato stabilmente nel conflitto politico interno.

Il voto del Senato non modifica nell’immediato il flusso delle armi verso Israele, ma segna un punto di non ritorno nel dibattito americano. La distanza tra le due anime del Partito democratico è ormai visibile e destinata a crescere, perché riflette una trasformazione più ampia che riguarda il modo in cui una parte significativa dell’opinione pubblica interpreta il ruolo degli Stati Uniti nel mondo e il significato stesso dell’alleanza con Israele.


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