Mentre in molte parti d’Europa il confine tra critica politica e ostilità antiebraica si assottiglia fino a scomparire, l’Ucraina sceglie una strada opposta e lo fa con un atto che pesa sia sul piano simbolico sia su quello giuridico: il presidente Volodymyr Zelensky ha firmato una legge che introduce pene fino a otto anni di carcere per i reati di antisemitismo, inserendo per la prima volta queste fattispecie direttamente nel codice penale del Paese.
La tempistica è tutt’altro che casuale. La firma arriva nel Giorno della Memoria israeliano e rafforza un messaggio che Kiev intende rendere esplicito, soprattutto in una fase in cui la guerra con la Russia si gioca anche sul terreno della legittimità internazionale e della coesione interna. La nuova normativa, identificata come legge 2037-IX, colma un vuoto rimasto aperto dal 2021, quando l’antisemitismo era stato definito giuridicamente senza però prevedere sanzioni specifiche.
Ora il quadro cambia in modo netto. L’incitamento all’odio, la discriminazione o la limitazione dei diritti su base antisemita possono comportare multe, restrizioni della libertà personale o pene detentive fino a tre anni, mentre in presenza di aggravanti, come l’uso della violenza o l’abuso di autorità, la pena può salire fino a cinque anni. Nei casi più gravi, legati ad azioni organizzate o a danni rilevanti, il carcere può arrivare fino a otto anni, con la possibilità di interdizione da incarichi pubblici.
La decisione si inserisce in una storia complessa. L’Ucraina porta ancora i segni di una lunga tradizione di antisemitismo, che attraversa i pogrom dell’Ottocento e culmina nella tragedia della Shoah, con luoghi simbolo come Babi Yar, dove nel settembre del 1941 furono assassinati decine di migliaia di ebrei. Questa memoria pesa e rende ogni scelta legislativa particolarmente carica di significato.
Allo stesso tempo, il contesto attuale introduce variabili nuove. La leadership di Zelensky, presidente ebreo in un Paese in guerra, ha contribuito a normalizzare la presenza ebraica nella vita pubblica, mentre Kiev denuncia da tempo tentativi russi di alimentare tensioni interne anche sfruttando divisioni etniche e religiose. In questo quadro, la legge assume anche una funzione preventiva, perché mira a chiudere spazi che potrebbero essere utilizzati per destabilizzare il Paese.
Le reazioni sono state immediate e in larga parte positive. Il rabbino capo dell’Ucraina ha parlato di un passo importante e tempestivo, sottolineando come il provvedimento mandi un segnale chiaro contro odio e discriminazione, mentre organizzazioni ebraiche locali lo hanno interpretato come un rafforzamento concreto delle tutele per la comunità.
Resta però un elemento che merita attenzione. Il numero di episodi antisemiti registrati in Ucraina negli ultimi mesi è rimasto inferiore rispetto ad altri Paesi europei, anche dopo il 7 ottobre, il che rende questa scelta ancora più significativa perché non nasce da una pressione emergenziale immediata, ma da una decisione politica che guarda al medio periodo.
In un’Europa attraversata da tensioni crescenti su questi temi, Kiev sceglie di fissare un punto fermo attraverso il diritto penale, assumendosi il rischio e la responsabilità di trasformare una definizione in una norma applicabile. Il risultato è un messaggio che va oltre i confini ucraini e che, inevitabilmente, finisce per interrogare anche gli altri Paesi su come intendano affrontare lo stesso problema.
Ucraina, Zelensky firma la legge contro l’antisemitismo