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Libano, il silenzio del governo davanti a Hezbollah mentre si apre il negoziato con Israele

A Beirut cresce la frattura interna: Qassem chiede di bloccare i colloqui, ma politici e giornalisti lo attaccano e rivendicano il ruolo dello Stato

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Libano, il silenzio del governo davanti a Hezbollah mentre si apre il negoziato con Israele

Il silenzio del governo libanese, alla vigilia di un incontro che può cambiare gli equilibri della regione, dice più di molte dichiarazioni ufficiali. Mentre Naim Qassem alza il tono e chiede di cancellare i negoziati con Israele, Beirut sceglie di non rispondere, come se volesse sottrarre legittimità a un attore che continua a parlare come se fosse lo Stato.

Dietro questa scelta c’è una tensione che ormai non si nasconde più. Il Libano arriva al confronto diplomatico con una frattura interna evidente, che attraversa politica, media e società. Le parole di Qassem, che definisce i negoziati una resa, trovano una risposta durissima proprio dentro il Paese. Giornalisti e attivisti lo attaccano frontalmente, mettendo in discussione non solo le sue posizioni ma la sua stessa autorità.

Il punto è proprio questo. Chi decide per il Libano? È la domanda che emerge con forza dagli interventi di figure come Rami Naim ed Eli Mahfoud, che accusano Hezbollah di agire come una struttura separata, legata all’Iran più che allo Stato libanese. Non è una polemica astratta. È la fotografia di un sistema in cui esistono due centri di potere, uno ufficiale e uno armato, che non coincidono.

In questo quadro, la scelta del governo guidato da Nawaf Salam di mantenere un profilo basso appare come un tentativo di non incendiare ulteriormente il confronto. Ma il silenzio non risolve il problema. Lo sospende. E nel frattempo, la pressione interna cresce.

Il passaggio decisivo si gioca a Washington, dove gli ambasciatori di Israele e Libano si incontrano per definire un possibile percorso negoziale. Per Beirut, la condizione resta chiara: un cessate il fuoco, anche temporaneo, prima di qualsiasi passo avanti. Senza questa premessa, il rischio è quello di negoziare sotto pressione militare, una dinamica che il Libano considera inaccettabile.

Israele, però, sembra muoversi su una linea diversa, spingendo per concentrare i colloqui sul disarmo di Hezbollah. È qui che emerge il divario più profondo tra le parti. Da un lato, un approccio che privilegia la sicurezza immediata; dall’altro, la richiesta di un quadro più ampio che tenga conto delle fragilità interne libanesi e degli equilibri regionali.

Questa distanza non è soltanto tecnica. Riflette due visioni opposte della fase che si apre. Per Israele, il nodo centrale è la neutralizzazione di una minaccia diretta. Per il Libano, la priorità è evitare un collasso definitivo dello Stato, già indebolito da anni di crisi economica e politica.
Nel frattempo, il fronte interno continua a muoversi. Le critiche a Hezbollah diventano sempre più esplicite, con accuse che colpiscono al cuore la sua legittimità. “Avete distrutto il Paese mentre vi nascondevate”, è una delle frasi che circolano con più forza, e che sintetizza un sentimento diffuso, soprattutto tra chi vede nella strategia della “resistenza” una causa diretta del disastro libanese.

Anche l’ufficio del presidente Joseph Aoun adotta una linea più netta, cercando di presentare i negoziati come un tentativo di recuperare sovranità, non come una concessione. Il messaggio è chiaro: il Libano non sta cedendo, sta cercando di uscire da una situazione che non ha scelto fino in fondo.

Resta però una realtà difficile da aggirare. Senza una ridefinizione del ruolo di Hezbollah, ogni processo negoziale rischia di restare incompleto. È il nodo che tutti vedono e che pochi riescono a sciogliere. E mentre le diplomazie lavorano, il tempo stringe.
Le prossime ore diranno se il confronto imboccherà la strada di una de-escalation o se resterà intrappolato in un equilibrio instabile, dove la politica cerca di avanzare mentre le armi continuano a dettare i limiti del possibile. In mezzo, un Paese che prova a ritrovare una voce unica, ma che ancora non riesce a parlare davvero con una sola voce.


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