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Gaza, ultimatum a Hamas sul disarmo: il piano da 8 mesi

Tra negoziati al Cairo, pressioni internazionali e scetticismo israeliano, il destino della Striscia si gioca su una scelta immediata: consegnare armi e tunnel o affrontare una nuova offensiva

Alessandro Carmi

Tempo di Lettura: 4 min
Gaza, ultimatum a Hamas sul disarmo: il piano da 8 mesi

La finestra è stretta e il margine di ambiguità si sta chiudendo. Hamas deve decidere entro poche settimane se accettare un percorso di disarmo completo oppure prepararsi a una fase nuova di guerra, mentre attorno a Gaza si muove una macchina diplomatica che lavora senza sosta e che lega la ricostruzione della Striscia a una condizione precisa, cioè la fine dell’apparato militare dell’organizzazione. Il negoziato in corso al Cairo, sostenuto dagli Stati Uniti e da una rete di mediatori regionali, ha ormai assunto una forma concreta, con un calendario, tappe operative e un incentivo economico rilevante che punta a trasformare un accordo politico in una scelta inevitabile.

Il piano prevede uno smantellamento graduale dell’arsenale nell’arco di sei-otto mesi, un processo che comincerebbe dalle armi pesanti e dalle infrastrutture industriali utilizzate per la produzione di razzi, proseguirebbe con la consegna delle mappe complete della rete di tunnel e arriverebbe infine alla raccolta delle armi leggere. In parallelo, una forza composta da elementi palestinesi e da un contingente internazionale dovrebbe garantire la sicurezza e accompagnare il passaggio a una gestione civile della Striscia, mentre Israele si ritirerebbe progressivamente da gran parte del territorio. Il quadro è stato delineato da fonti americane e rilanciato da media israeliani come Ynet, che parlano di un accordo già definito nei suoi elementi principali e ancora aperto solo nei dettagli esecutivi.

Sul tavolo c’è anche una leva economica difficile da ignorare. Il Consiglio per la Pace legato all’amministrazione americana ha messo a disposizione circa 7 miliardi di dollari per la ricostruzione, una cifra che supera il fabbisogno immediato e che punta a creare un orizzonte di sviluppo concreto per Gaza. La condizione resta rigida, perché i fondi verrebbero sbloccati solo dopo un impegno verificabile al disarmo, mentre la pianificazione degli interventi infrastrutturali procede già in parallelo per evitare ulteriori ritardi nel momento in cui si dovesse arrivare a un accordo.

Nonostante questo impianto, a Gerusalemme prevale un’analisi prudente. Le valutazioni dell’intelligence indicano che Hamas sta cercando di riorganizzarsi sul terreno, rafforzando il controllo interno e riattivando, almeno in parte, la produzione di razzi e di armamenti. Questo elemento alimenta il sospetto che il negoziato venga utilizzato anche come spazio di manovra per guadagnare tempo, mentre le Forze di Difesa Israeliane mantengono una presenza significativa nella Striscia e dichiarano di controllarne oltre la metà. Benjamin Netanyahu ha ribadito che Israele non accetterà la presenza di strutture armate ostili lungo i propri confini e che l’opzione militare resta sul tavolo in assenza di un disarmo reale.

Dentro Hamas il confronto è aperto e attraversa linee di frattura profonde. Una parte della leadership considera l’ipotesi di smantellamento come una resa che cancellerebbe il ruolo politico e militare costruito negli anni, mentre altri esponenti sembrano più sensibili alle pressioni esercitate da attori regionali come Egitto e Turchia, che spingono per una soluzione pragmatica. I contatti avvenuti a Istanbul con il presidente Recep Tayyip Erdoğan e i messaggi inviati dai mediatori suggeriscono che esiste uno spazio di trattativa, anche se resta fragile e condizionato dall’andamento più ampio del confronto tra Stati Uniti e Iran.

Il nodo dei tunnel rappresenta uno degli aspetti più delicati dell’intero processo, perché quella rete sotterranea costituisce la struttura portante del sistema militare di Hamas e allo stesso tempo uno degli strumenti più difficili da verificare. La richiesta di consegnare mappe dettagliate implica un livello di trasparenza che finora l’organizzazione non ha mai accettato, e su questo punto si giocherà gran parte della credibilità dell’eventuale accordo.

Nel frattempo, il contesto regionale continua a pesare sulle scelte operative. Le operazioni nel nord contro Hezbollah e i negoziati paralleli tra Washington e Teheran assorbono risorse e attenzione, rendendo più complessa una decisione immediata su Gaza. Fonti israeliane indicano che una ripresa su larga scala dei combattimenti nella Striscia appare improbabile nel brevissimo periodo, anche se tutti gli scenari restano aperti e dipenderanno dalla risposta che Hamas darà all’ultimatum.

Quello che si sta delineando non è un semplice negoziato, ma un passaggio che può ridefinire gli equilibri della Striscia per gli anni a venire. Il disarmo aprirebbe la strada a una ricostruzione sostenuta e a un assetto amministrativo diverso, mentre un rifiuto rischia di riportare il conflitto a un livello di intensità elevato, con costi umani e politici che nessuna delle parti sembra davvero in grado di sostenere a lungo. La decisione, a questo punto, non può più essere rimandata.


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